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Libdemsupalpino Gian Contardo Colombari
A Torino non c'è pace per i disabili che perdono i loro cari
post pubblicato in Diario, il 4 agosto 2017

Sentite un po' quello che mi sta combinando il Comune di Torino targato Appendino.

Quando mio padre è mancato, l'8 luglio scorso, ho avviato le pratiche per il ricongiungimento dei miei genitori in due loculi contigui (in termini tecnici, si chiama "abbinamento"), e questo è un diritto assodato che viene concesso a tutti; per i disabili superstiti, inoltre, c'è il diritto alla sistemazione meno disagevole. Si veda il sito dell'AFC.

Proprio in quanto disabile grave, ho chiesto, ottenuto già pagato la concessione di due loculi contigui al campo 14 del cimitero parco, loculi in seconda fila, l'unica a me comoda.

Allegando la certificazione della mia invalidità civile, la quale è sufficiente per qualsiasi altra pratica burocratica; ad esempio, quando acquisto materiale sanitario con I.V.A. ridotta, produco la mia certificazione di invalido al 100 % con diritto all'accompagnamento e ottengo la riduzione senza sottopormi ad alcuna visita di verifica.

Ora, invece, il Comune di Torino o l'azienda cimiteriale di riferimento ha bloccato la pratica, perché non sono convinti del mio diritto alla seconda fila per i miei genitori, e mi ha addirittura fatto convocare per una visita medico-legale all'asl di via San Secondo, per giunta la mattina del 14 agosto, con grave impedimento da parte mia per recarmici.

Faccio anche notare che il campo 14 è stato recentemente bonificato e quindi di loculi di seconda fila a disposizione ce ne sono a iosa, quindi non capisco il perché di tanto ingiustificato zelo.

Inoltre, fino a un anno fa i ricongiungimenti di seconda fila venivano accordati a tutti, anche in assenza di parenti disabili: bastava che ci fossero posti liberi.

Fra parentesi, riconoscermi questo diritto non significherebbe per il Comune spendere nemmeno un euro, anzi, ne incasserebbe di più, perché i loculi di seconda fila sono i più cari. Anzi, levo il verbo al condizionale: ne ha già incassati di più, visto che si è fatto pagare in anticipo.

All'agenzia di onoranze funebri che mi sta assistendo sono basiti: è la prima volta, mi hanno detto, che succede una cosa del genere.

A parte il mio caso, che mi sta procurando ulteriore dolore come se quello per la perdita di mio padre non fosse già abbastanza, la vicenda potrebbe essere interessante da far sapere per alcuni motivi:

- se l'iter è nuovo, chi l'ha varato?

Se non ci fosse una delibera al riguardo, sarebbe grave e forse anche abuso d'ufficio che al Comune o all'azienda cimiteriale si complicassero le cose senza alcuna direttiva. Chi si è permesso di prendere di testa sua questa iniziativa?

Se invece la delibera ci fosse, sarebbe l'ennesima dimostrazione dei pasticci fatti da questa Giunta Comunale, visto che è la prima volta che per avere una sistemazione comoda di loculi il Comune o l'azienda cimiteriale mette in scena queste complicazioni.

- è legale che il Comune o l'azienda cimiteriale frapponga questi ostacoli dopo aver concesso i loculi e intascato i soldi per i medesimi? Non so ma di regola quando uno intasca dei soldi per la concessione di qualcosa, poi non dovrebbe più avere alcun diritto a tornare sui suoi passi.

Faccio inoltre notare che la motivazione dei furbetti e dei falsi invalidi non regge: i furbi cercano pensioni e agevolazioni varie, non certo una tomba più comoda da andare a visitare.

La verità è semplice: chi ha seguito la mia pratica dovrebbe cambiare mestiere e darsi all'ippica, se l'ippica non fosse una cosa seria e quindi dovesse essere seguita da persone competenti.

In presenza di un'inoppugnabile certificazione di invalidità civile al 100 % con difficoltà a deambulare, questa persona avrebbe dovuto dare subito il nullaosta senza chiedere alcuna visita medico-legale, che, oltre a causare gravi disagi a me, sarà pagata con soldi del Comune o dell'azienda cimiteriale.

Riassumendo: ho la certificazione dell'invalidità civile al 100 % con accompagnamento, riconosciuta ancora alla seconda visita di verifica; ho il riconoscimento come persona con grave handicap per legge 104/92; lo stesso Comune, si badi bene, mi ha rilasciato il cartellino per parcheggiare negli stalli per disabili: nei cimiteri posso entrare in macchina; ho il referto della caduta domestica con rottura di vertebre.

Tanto per essere educati di stile: che cosa vuole ancora il Comune per riconoscermi questo diritto? Una visita inutile, che a me provocherà solo disagi e che il Comune dovrà pagare?

O l'attuale amministrazione ha preso l'ennesimo provvedimento sbagliato che aumenta le sofferenze dei cittadini anziché diminuirle oppure qualcuno al Comune o all'ACF ha preso iniziative di sua iniziativa senza averne l'autorizzazione e allora andrebbe cacciato via ed eventualmente processato.


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Nemmeno ai funerali
post pubblicato in Diario, il 12 luglio 2017

Il funerale di un proprio congiunto è sempre occasione di dolore, di consapevolezza del distacco definitivo. Tutti dovrebbero essere disposti ad alleviare con ogni tipo di conforto il dolore di chi è colpito dal lutto. Tutti, compresi i sacerdoti.

Sabato scorso, 8 luglio 2017, è mancato mio padre, Vincenzo Colombari.

Io non avrei voluto far celebrare le sue esequie alla parrocchia di Santa Rita a Torino, perché, pur essendo la nostra come competenza territoriale, non la frequentavamo più da quando, ultimo fra un certo numero di sgarbi ricevuti, il sacrestano una volta ci cacciò via dalla chiesa mentre stavamo pregando con la "motivazione" che ci eravamo seduti su posti riservati. In una chiesa oltretutto vuota.

Presi atto che a Santa Rita ci sono fedeli di Serie A e fedeli di Serie B, e iniziai a portare mio padre, già novantenne, alla vicina parrocchia Maria Madre della Chiesa, dove tutti, compreso il sacrestano, ci hanno accolto col sorriso ogni volta che andavamo a pregare.

Purtroppo non mi è stato possibile far svolgere il funerale di mio padre in quella parrocchia e così ho ripiegato su Santa Rita, dando alla cosa il significato di un tentativo di riconciliazione, di perdono da parte mia per le tante dimostrazioni di insensibilità da noi ricevute dal parroco e dai suoi collaboratori.

Il 10 luglio, in occasione delle esequie di mio padre, il parroco non ha smentito la sua fama di persona insensibile, arrogante e perfino maleducata.

Già l'arrivo del feretro di mio padre in chiesa è avvenuto nella totale mancanza di rispetto: le campane non suonavano e al loro posto uno stereo sparava a tutto volume la musica con cui i ragazzi si stavano divertendo.

Poco prima dell'inizio della funzione, la mia badante è andata a chiedergli se potevo far leggere una commemorazione di mio padre e il parroco l'ha insultata ("Ma lei è matta!", - le ha detto, fra parentesi in chiesa, dove nessuno e men che mai un prete dovrebbe urlare e insultare chicchessia), poi si è messo a sbraitare che la durata della funzione sarebbe stata minore di quella della commemorazione, infine ha preteso che se ne leggesse solo una brevissima parte, massimo venti righe.

      Fra parentesi, alle esequie di mia madre, cinque anni fa, l'allora viceparroco non fece alcuna storia, non si mise ad insultare la gente in chiesa e ci fece leggere la commemorazione con calma e integralmente.

      Per rispetto verso la Chiesa (quella vera, quella di Gesù e di Papa Francesco, non certo il santuario di Santa Rita in questi anni) e verso mio padre, ho voluto evitare discussioni e ho fatto leggere l'intera commemorazione al termine del funerale, all'uscita dalla chiesa, sul piazzale.

      Fra parentesi, la lettura della commemorazione è durata tre minuti circa, molto meno di quella del funerale di mio padre, per altro officiato dal parroco con una fretta eccessiva e senza nemmeno rivolgere ai parenti del defunto un sorriso o qualche parola di conforto.

      Se il funerale di mio padre fosse stato celebrato da un ateo, ne avrebbe sicuramente dimostrata molta di più.


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Da Pertini a Renzi: incompreso chi vuole cambiare
post pubblicato in Diario, il 9 maggio 2017

Vorrei citare un'affermazione di Sandro Pertini.    

Una volta gli chiesero cosa l'aveva amareggiato di più durante la sua vita politica ed egli rispose: "Quando, dopo una svolta del mio partito, mi accusarono di aver tradito i lavoratori".

Si riferiva alle accuse dei comunisti dopo lo strappo del PSI che diede vita al governo Moro-Nenni.

Poi quei "traditori" avrebbero realizzato il primo vero welfare in Italia e varato lo Statuto dei Lavoratori.

La Storia si ripete oggi con Renzi: avrebbe calpestato i diritti dei lavoratori col jobs act. Peccato solo che il jobs act abbia creato centinaia di migliaia di posti di lavoro e non abbia dato il via ad alcun licenziamento di massa.

            

Rimarrai nel mio cuore, musa Renée
post pubblicato in Diario, il 31 marzo 2017

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come un fiore appena sbocciato e crudelmente tranciato dal Destino, come un fiore che mai appassirà, innaffiato dal culto del ricordo.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come fresca e limpida rugiada che rinfrancava i prati del mondo e che troppo presto ha smesso di permeare di sé le zolle della Terra,

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come un angelo che ci ha dato l'immensa gioia della sua presenza, della sua troppo breve presenza, e che ora è volato nel celeste Cielo dei Poeti.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come un sorriso perenne, che mai conoscerà l'ombra della notte, l'ombra del tramonto, e che illuminerà il pensare a te.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come una primavera interrotta a metà, che non potrà conoscere la passione dell'estate, la maturità dell'autunno e la saggezza dell'inverno.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

coi doni dei tuoi scritti, dei tuoi libri, e col vuoto di quelli che la vita non ti ha dato il tempo di scrivere.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come ispiratrice di versi, come amante della cultura e, soprattutto, come amica.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

e se nelle sere di primavera, guardando l'orizzonte, il mio viso sarà inondato dalla fresca brezza, per me sarà come ricevere dalle tue ali l'etereo conforto di una carezza.

 

Alla luminosa memoria di Renata Di Leo (Renée).

    


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OSSESSIVAMENTE VIOLA. Il nuovo capolavoro di Renata Di Leo
post pubblicato in Diario, il 3 dicembre 2016



Ossessivamente Viola, l'ultima fatica letteraria di Renata di Leo, ha tutti i requisiti per riscuotere un enorme successo di pubblico e di critica.

E' un libro avvincente, che lascia il lettore incollato alle pagine dall'inizio alla fine: un libro che si legge tutto d'un fiato.

Come gli affermatissimi bestsellers di un Dan Brown o di un Ken Follett.

Con in più una qualità più unica che rara: quello che molti affermati romanzieri dicono un decine di pagine, Renata Di Leo lo dice in poche pagine. Solo i grandi scrittori riescono a comunicare in poche frasi quello che vogliono trasmettere al lettore, a cominciare da quelle cose difficilissime da descriversi che sono le emozioni e i sentimenti. Renata Di Leo ci riesce, in modo impeccabile e talvolta anche commovente.


La letteratura è iperbole, volo pindarico, metafora emozionale della vita e ne rappresenta sul palcoscenico delle pagine non solo i misteri e gli imprevisti ma anche l'evoluzione e l'esperienza di sé e del mondo. Ossessivamente Viola è quindi un mirabile esempio di opera letteraria. E costituisce inoltre una convincente tappa di crescita e di perfezionamento dell'Autrice, che alla sua terza esperienza narrativa non solo conferma il suo grande talento ma dà di esso una prova più matura, più nitida, più incisiva, in attesa di ulteriori passi lungo il cammino dell'arte della scrittura.


Partendo dall'ultimo racconto, volutamente lasciato a metà, del suo precedente libro Ho sognato Pablo, l'Autrice di Ossessivamente Viola ci regala un'altra raccolta di racconti, questa volta però uniti da due personaggi presenti in tutti: Viola, appunto, giornalista; e il commissario Ferry, che di volta in volta le racconta i casi e le storie di cui è venuto a conoscenza, spesso nel corso delle sue indagini.

Le trame noir dei racconti, costruiti da Renata Di Leo con pochi e precisi tratti come un pittore geniale fa emergere un'opera d'arte con pochi e precisi tratti di pennello, non devono però trarre in inganno: dietro storie tragiche si dipana a poco a poco quello che a mio parere costituisce l'universo creativo dell'Autrice e cioè i sentimenti, l'amore e anche l'eleganza del vivere.

Il libro, si diceva, comincia con l'ultimo racconto di Ho sognato Pablo: in una torrida giornata d'agosto, in una Londra deserta, uno stalker comincia a infastidire e impaurire Viola. Anche questa volta il racconto si interrompe a metà, per lasciare il posto a un flashback dei tre anni precedenti durante i quali il commissario Ferry aveva fatto alla sua amica giornalista i suoi resoconti, più o meno romanzati, degli episodi a cui aveva assistito.

Piacere di gustare ognuno di questi capitoli, quello che attende il lettore di Ossessivamente Viola. Ma anche necessità di prestare attenzione ad ogni passo del libro, per chi è appassionato di thriller, perché ... un indizio rivela l'identità dello stalker che terrorizza Viola.

Alla fine del volume, riprende il racconto iniziale e lo stalker ... be', non è giusto anticipare il finale.

Così come non è corretto rivelare quali sviluppi avrà l'amicizia tra Viola e il commissario Ferry.


Ossessivamente Viola è un capolavoro da non perdere, un libro che non può e non deve mancare nelle librerie dei Lettori, quelli con la "l" maiuscola.


Renata Di Leo

Ossessivamente Viola

Mediaprint Editrice, 2016

pp. 236, 20 €


Chi è su Facebook può prenotare il libro mandando un messaggio al profilo dell'Autrice "Renata Di Leo".

Chi non è su Facebook o preferisce usare un altro canale, può mandare un'e-mail all'indirizzo di posta elettronica renatadileo@virgilio.it.

L'Autrice chiederà l'indicazione di un recapito postale a cui spedire la copia o le copie del libro. Inoltre, verrà richiesto di specificare la modalità di pagamento.

Nella busta, insieme al libro, i lettori troveranno l'indicazione del codice iban e degli altri dati necessari per effettuare il pagamento tramite bonifico bancario oppure quelli per pagare con Postepay o con altre modalità.


Wilmer detto Walter
post pubblicato in Diario, il 5 novembre 2016

All'"Elio Vittorini" uno dei bidelli era Wilmer Baldassin detto Walter.

Aveva solo 3-4 anni d'età più di noi e così i nostri rapporti con lui erano molto conviviali: si parlava con lui, si scherzava con lui; era lui che procurava i biglietti dei concerti a quelli di noi che erano fans dei vari Branduardi, Bennato e altri cantautori.

Era anche molto attivo al di fuori del lavoro. Fra le altre cose, fu uno dei pionieri delle televisioni locali, che allora, nella seconda metà degli anni '70 del XX secolo, cominciavano a mettere le loro radici nel panorama televisivo italiano; ricordo che conduceva un programma per bambini su Tele Studio Torino.

Non era obeso ma aveva una corporatura massiccia e forse era un po' sovrappeso; per questo motivo alcuni di noi lo chiamavano Manzotin ma senza cattiveria, senza prendersi burla di un peraltro inesistente problema di salute.

Salute che purtroppo si sarebbe rivelata indifesa, nonostante l'aspetto florido di Walter.

A Maturità conseguita, persi completamente di vista le persone con cui avevo condiviso gli anni delle Medie Superiori.

Un anno e mezzo dopo, vidi il necrologio di Walter sul principale quotidiano di Torino.

Seppi da una ragazza che stava ancora frequentando l'"Elio Vittorini" che era stato stroncato da leucemia fulminante. L'ultima volta che l'avevano visto, era già malato, in mutua, ed era apparso molto dimagrito.

Wilmer Baldassin, da tutti chiamato Walter, aveva 25 anni: una vita crudelmente stroncata quando aveva ancora tantissime pagine da scrivere nel libro del Tempo.



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Ahi, serva Torino, di barbarie ostello!
post pubblicato in Diario, il 25 ottobre 2016

Ahi, serva Torino, di barbarie ostello,

luogo senza cultura e d'ignoranza,

cittade di provincia e bordello!

 

Vendesti la virtù all'arroganza

di chi ahimè lo amor del bello

calpestò con scriteriata tracotanza.

 

Perdesti la gran fiera del volume

stampato, che ti avea procurato

gran lustro ed internazionale lume

 

di Comun al testo scritto ancorato;

e poi venisti sparsa del lordume

del veder da te Manet allontanato.

 

A te rimase lo grande fiume Po

dall'alghe tristemente ricoperto,

mentre erbacce pseudo rococò

 

l'auliche piazze ebber per concerto;

in te totale incuria trionfò

ed il declin successo ebbe certo.



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Gli errori di Dan Brown in "Angeli e demoni"
post pubblicato in Diario, il 11 ottobre 2016

      I romanzi di Dan Brown hanno avuto uno strepitoso successo, soprattutto quelli aventi per protagonista Robert Langdon.

      Non escludo affatto che una parte delle critiche che gli sono piovute addosso siano dovute ad invidia; salvo poi scrivere libri per confutare le affermazioni contenute nei suoi romanzi, il che a ben vedere significa sfruttare la fama di Dan Brown per vendere libri che dovrebbero stroncarne le opere.

      A me i romanzi di Dan Brown piacciono, indipendentemente che egli voglia lanciare attraverso di essi messaggi di polemica intellettuale o sfruttare un po' cinicamente certi temi che sono, come dire?, "caldi" e che fanno sempre parlare chiunque li affronti, a mezzo libro, stampa, tv o altri media.

      Ma forse Dan Brown non persegue nemmeno uno di questi due fini; forse è semplicemente interessato dai temi che sceglie per i suoi romanzi. In attesa di riscontri credibili, bisogna concedergli il beneficio d'inventario.

      I suoi thriller mi piacciono, mi appassionano, trovo che siano scritti (e tradotti) bene. La vita del lettore non deve essere sempre imperniata sui saggi e sulle poesie: vi deve essere anche lo spazio per lo svago.

      E i libri di Dan Brown devono essere a mio parere intesi e letti come opere di svago; se poi attraverso di essi il lettore si avvicina a libri che trattano scientificamente gli argomenti da lui toccati, meglio ancora.

      A questo punto sorge la questione, suscitata dagli indubbi errori di distorsione storiografica dei riferimenti citati nei libri di Dan Brown: fino a che punto un romanziere (e in generale un autore di opere letterarie) può falsare la verità per conferire credibilità alla trama dei suoi libri?

      La risposta, di buon senso, è che basta non esagerare con le "licenze letterarie", distorcere il meno possibile e, soprattutto, limitare le "licenze" ai fatti e alle idee meno importanti di un evento storico odi un sistema filosofico, scientifico o religioso.

 

      Dan Brown, a tal riguardo, di travisamenti ne commette troppi, decisamente troppi.

     Guardando ai romanzi della "saga" di Robert Langdon, ammetto di non avere né l'interesse né le competenze in materia di esoterismo, per cui mi è impossibile analizzare Il codice daVinci e Il simbolo perduto. Meglio ricorrere agli scritti di Massimo Introvigne per questa bisogna.

      E non ho nemmeno le competenze dantesche per "setacciare" le pagine di Inferno, che peraltro è il romanzo di Dan Brown che mi è piaciuto di più.

      Mi limiterò dunque a "fare le pulci" ad Angeli e demoni, in quanto il Vaticano e le sue vicende da sempre mi appassionano e qualche conoscenza al riguardo l'ho accumulata nel corso degli anni.

      Per la verità, Angeli e demoni ha due pilastri culturali: il Vaticano e la scienza galileiana.

      Su quest'ultima, pur non essendo competente in materia, ho rilevato un grande strafalcione, il più grave strafalcione in cui chi si occupa dell'argomento possa incorrere: Dan Brown attribuisce a Galileo la scoperta del carattere ellittico e non circolare delle orbite dei pianeti, quando invece Galileo,sulla scia di Copernico, sosteneva che esse fossero circolari e solo successivamente Keplero ne scoprì la traiettoria ellittica.

      Uno studente che durante un esame attribuisse a Galileo la scoperta del carattere ellittico delle orbite planetarie verrebbe immediatamente cacciato via dal docente esaminatore.

      Possono le esigenze della trama del thriller giustificare una simile castronata? In questo caso, dico sicuramente di no.

      Non parliamo poi dell'impossibilità che Galileo sia stato il fondatore della setta degli Illuminati. Lasciando pure perdere che per Illuminati storicamente si intendono quelli di Baviera, società segreta che nacque in periodo illuminista, e dunque posteriore all'epoca in cui visse il fondatore della scienza moderna, resta il fatto che, dopo la sua condanna da parte del Sant'Uffizio, Galileo visse di fatto confinato agli arresti domiciliari e, soprattutto, sorvegliatissimo, e quindi, se anche avesse voluto fondare una setta al fine di preservare le verità scientifiche dall'oscurantismo, non gli sarebbe stato materialmente possibile. Ma fin qui, trattandosi di un romanzo, possiamo accettare questa cosa inverosimile come tributo allo svolgimento della trama.

      Veniamo ora ai riferimenti "vaticanisti". L'elenco di strafalcioni browniani che ho rinvenuto in Angeli e demoni è piuttosto lungo. E se è lungo il mio, fatto da semplice cultore di materia,immaginiamoci quanto potrebbe esserlo uno redatto da un esperto sull'argomento.

      Procediamo dunque un passo alla volta, uno svarione alla volta.

      1. Non è vero che l'elezione di un nuovo papa sia un evento che interessa solo all'Italia e ai cattolici sparsi nel mondo (che per altro sono molto numerosi) ma attira l'attenzione anche di tutti i non cattolici; di conseguenza, è impensabile che i media, e soprattutto le emittenti televisive, seguano il  Conclave distrattamente e mandino a curare i servizi giornalisti di secondo piano, se non addirittura mezze calzette.

      2. Non è possibile che al Conclave partecipino 165 cardinali: il numero massimo del Collegio Cardinalizio è 120 e praticamente, per malattie od "opportunità diplomatiche", non entrano tutti e 120 nella Cappella Sistina per eleggere il nuovo pontefice.

      3. Non è vero che il Papa deve essere scelto fra i soli cardinali: anche se da secoli non succede più, al Soglio di Pietro può essere eletto anche un vescovo non porporato, anche un semplice prete, anche un diacono, perfino un laico (purché non sposato). Pietro da Morone (Celestino V, quello del "gran rifiuto") era ad esempio un semplice eremita.

      4. Non esiste la figura del Grande Elettore, che dirige le operazioni del Conclave (lo scrutinio e la bruciatura delle schede vengono sovrintesi da tre cardinali, scelti a turno ad ogni votazione) e di conseguenza è errato affermare che non può essere eletto papa (nessun porporato, del resto, entra in Conclave col "divieto" di venire eletto al Magistero Petrino).

      5. Non è vero che il Camerlengo non deve essere cardinale, anzi, è prassi che sia proprio un cardinale, quindi deve partecipare al Conclave e non può quindi sovrintendere alla sicurezza dello Stato della Città del Vaticano durante l'elezione papale, essendo anch'egli "chiuso a chiave" a Santa Marta e nella Cappella Sistina. E' inoltre inverosimile che la carica di Camerlengo venga affidata al segretario personale del Papa.

      6. E' insolito che i cardinali entrino in Conclave nel pomeriggio inoltrato e che le votazioni inizino subito: è prassi che i porporati entrino nella Cappella Sistina nel primo pomeriggio, prestino uno alla volta il giuramento di mantenere il segreto su quanto accadrà in Conclave, poi la Cappella viene chiusa ed essi si ritirano a Santa Marta; le elezioni iniziano la mattina successiva.

      7. Non è vero che in Conclave le votazioni vanno avanti ad oltranza a distanza di un'ora una dall'altra: il Conclave prevede un massimo di 4 votazioni al giorno, due alla mattina e due al pomeriggio-sera; inoltre, tra voto, scrutinio e bruciatura delle schede, ogni votazione richiede più di un'ora.

      8. Nel corso dei secoli, non è mai trapelata indiscrezione alcuna circa la consuetudine dei cardinali riuniti in Conclave di votare ognuno per se stesso al primo scrutinio per evitare che il pontefice venga eletto al primo turno.

      9. Non mi risulta che il Vaticano, durante il Conclave, rimanga deserto e che i suoi funzionari e dipendenti vengano fatti uscire.

      10. Dan Brown scrive che la sicurezza del Vaticano è affidata alle Guardie Svizzere. Non fa alcun cenno alla Gendarmeria, l'altro corpo armato che vigila sullo Stato della Città del Vaticano.

      11. I colori della divisa delle Guardie Svizzere non sono solo il giallo e il blu mail giallo, il rosso e il blu.

      12. Fra i dirigenti delle Guardie Svizzere citati nel romanzo, uno ha un cognomei taliano, Olivetti, e un'altro un cognome francese, Rocher. Ora, le Guardie Svizzere vengono reclutate nei Cantoni Elvetici di tradizione cattolica e di lingua tedesca: inverosimile che i vertici delle Guardie Svizzere non abbiano cognomi tedeschi.

      13. Non è vero che i papi defunti vengono deposti nel feretro senza chiuderlo e che il feretro venga deposto nella tomba su cui viene semplicemente posata la lapide senza fissarla con viti: il feretro viene chiuso, così come la lapide sulla tomba viene fissata.

      14. Le salme dei pontefici defunti vengono esposte per l'omaggio che la gente e delle autorità e inoltre vengono riprese dai media di tutto il mondo: a meno che al papa defunto del romanzo non abbiano chiuso la bocca per esporne la salma alla devozione popolare e poi riaperta prima di deporlo nella tomba (ma che senso avrebbe avuto riaprirgliela?!), è letteralmente impossibile che nessuno, vedendone la lingua annerita, abbia nutrito sospetti sul suo avvelenamento.


      Ammettiamo pure che alcuni di questi travisamenti siano dovuti ad esigenze di ambientazione e di trama ma resta il fatto che sono troppi e danno una visuale distorta di quello che sono l'immagine e il funzionamento quotidiano del Vaticano.


Pseudoarcheologia da film
post pubblicato in Diario, il 17 settembre 2016

Da qualche decennio nei film di avventura si è delineato un sottogenere che può essere definito archeologico o, per meglio dire pseudoarcheologico.

Intendiamoci: non ho alcunché in contrario a film come quelli che vedono come protagonisti Indiana Jones o Lara Croft e a serie come Relic Hunter o Jack Hunter. Anzi, a me piacciono.

Tuttavia, rischiano di fornire un pessimo servizio all'archeologia in particolare e alla ricerca scientifica in generale.

L'archeologia, infatti, è materia complessa, metodica, certosina, non certamente da eroi che assomigliano più ad agenti segreti superallenati che a studiosi che, prima ancora che negli scavi, si cimentano con testi e che, se fanno delle scoperte, le catalogano con assoluto rigore scientifico e mettono i loro studi a disposizione dei colleghi per una indispensabile verifica sperimentale. Senza tener conto del fatto, poi, che al giorno d'oggi le campagne di scavo vengono studiate a tavolino e la scelta dei siti non avviene più in modo empirico, cioè con intuizioni che possono anche rivelarsi esatte, come avveniva ai tempi di Heinrich Schliemann.

Così come è errata l'immagine che film e telefilm danno dell'archeologo "tuttologo", che si muove da esperto tanto nei siti egizi quanto in quelli maya, tanto nei siti greci quanto in quelli inca. Un archeologo, di solito, è specializzato in un solo ramo ed è già tanto che di quel ramo conosca quasi tutto, dai reperti rinvenuti nel corso dei secoli, alle epigrafi e ai testi antichi, alla sempre più vasta bibliografia, agli strumenti di ricerca e di analisi scientifica che la moderna tecnologia mette sempre di più a disposizione. Certo, per sua cultura e piacere personale, un egittologo potrà anche avere un'eccellente conoscenza delle civiltà precolombiane, così come un etruscologo potrà averla della civiltà della Magna Grecia, ma entrambi non saranno specialisti delle discipline che seguono a tempo perso.

Una realtà, quella dell'archeologo studioso, molto diversa dall'ambientazione avventurosa in cui cinema e televisione spesso lo collocano.                                 

Pubblici ufficiali
post pubblicato in Diario, il 28 agosto 2016

Il nostro preside di Quinta Superiore, ogni volta che andava a fare una visita nelle varie classi, affermava che l'insegnante è un pubblico ufficiale.

A noi stupidotti veniva da ridere. Avevamo però la giustificazione che molti dei nostri insegnanti, come dire?, facevano di tutto per non essere degni della qualifica di pubblico ufficiale, fra assenteismo e fannulloneria, impreparazione e ideologizzazione.

Il clou si verificò quando, in seguito a un brutto episodio (una bidella era stata spintonata e fatta cadere da alcuni studenti, non della mia classe però), il preside furibondo andò in ogni classe asserendo che i colpevoli erano passibili di denuncia perché i bidelli erano pubblici ufficiali.

Con tutto il rispetto per i bidelli, il cui lavoro ha la stessa dignità di tutte le altre professioni, temo che quella volta non solo ci venne da ridere ma scoppiammo a ridere veramente, facendo infuriare ancora di più il preside.

Aveva ragione, comunque: ogni dipendente statale è un pubblico ufficiale e come tale va rispettato. Ma deve anche essere consapevole che, se necessario, deve anche sacrificarsi.

Dunque, si prenda ad esempio i poliziotti e i carabinieri, cui tutti noi dobbiamo essere grati per quello che fanno e che rischiano per proteggerci.

Sono dipendenti che spesso vengono trasferiti da un posto all'altro, che so?, da Milano a Bari o da Palermo a Trento, ci vanno con tutta la famiglia senza fiatare, ci restano qualche anno, per poi essere di nuovo trasferiti da un'altra parte.

Se ci sono problemi di pubblica sicurezza in una città, è ovvio che si trasferiscono là poliziotti e carabinieri, mica si spostano gli abitanti, cittadini perbene o delinquenti, nel luogo di residenza di poliziotti e carabinieri.

E, francamente, non ho mai sentito un poliziotto o un carabiniere parlare di deportazione quando viene trasferito.

Ma, già, poliziotti e carabinieri sono veri pubblici ufficiali al servizio dei cittadini.


L'inglese come unica lingua europea ufficiale
post pubblicato in Diario, il 2 luglio 2016

Che la GB (o quel che e rimarrà dopo la secessione della Scozia e di altri) possa, anzi, DEBBA essere esclusa dai benefici dell'UE e soprattutto dal mercato unico europeo, è fuor di dubbio.

Non sono invece d'accordo sull'esclusione dell'inglese dalle lingue ufficiali dell'UE. Anzi, si potrebbe cogliere la palla al balzo per favorire il processo di unificazione europea. Mi spiego.

L'Europa ha bisogno di una lingua unica:il polilinguismo può andare bene per una piccola nazione come la Svizzera ma per una grande no.

Se all'interno dell'UE si scegliesse una lingua a scapito di altre, si scatenerebbero gli egoismi nazionali: il francese contro lo spagnolo, il tedesco contro l'italiano.

Ora, poiché di fatto l'inglese in UE verrebbe parlato solo in Irlanda e, in prospettiva futura, se lo si scegliesse come lingua unica, sarebbe una lingua "indipendente" a tutti i principali idiomi europei e quindi accettata da tutti.

Oltre, naturalmente, ad essere la lingua con cui si va in ogni parte del mondo.



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Repetita
post pubblicato in Diario, il 26 giugno 2016

2.500.000 firme raccolte in Inghilterra per far ripetere a Guglielmo I la battaglia di Hastings.

2.750.000 firme raccolte in Inghilterra per far ripetere a Giovanni Senza Terra la battaglia di Bouvines.

3.350.000 firme raccolte in Inghilterra per far ripetere a Riccardo III la battaglia di Bosworth.

3.750.000 firme raccolte in Inghilterra per far ripetere ad Enrico VIII l'esecuzione di Anna Bolena.

4.250.000 firme raccolte in Inghilterra per far ripetere al duca di Wellington la battaglia di Waterloo.

5.750.000 firme raccolte in Inghilterra per far ripetere le nozze del principe William.

Repetita juvant o repetita England?



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"I promessi sposi" romanzo della sfiga?
post pubblicato in Diario, il 11 maggio 2016

      Umberto Eco sosteneva in Opera aperta che uno scritto potesse essere interpretato liberamente e in tutti i modi possibili dai lettori, tesi questa parzialmente rettificata nel suo successivo saggio I limiti dell'interpretazione.

     Diciamo che un'eccessiva libertà di interpretazione se la presero i critici letterari marxisti, quando videro nella folla e nelle traversie di Renzo e Lucia i simboli del proletariato oppresso. Niente di più infondato: Renzo e Lucia appartenevano a quella classe di contadini-operai piccoli proprietari terrieri che nei secoli successivi non sarebbe di sicuro stata su posizioni rivoluzionarie, mentre la folla, soprattutto quella della rivolta del pane a Milano, non aveva nulla di quella coscienza di classe acquisita che secondo i canoni marxisti caratterizza il proletariato. Anzi, in parecchi passi il Manzoni, pur stando dalla parte dei poveri, denuncia lucidamente la strumentalizzazione della rabbia popolare e il rischio che la gente cada in quelle che oggi chiamiamo derive populiste.

      Fermo restando, dunque, che I promessi sposi sono e rimangono un romanzo della fede e che ha come protagonista principale la Divina Provvidenza, proviamo, a puro gioco letterario, a vederlo anche come romanzo in cui la sfiga si accanisce contro alcuni protagonisti.

     Prendiamo il povero don Rodrigo. Organizza il rapimento di Lucia, manda in paese i suoi bravi guidati dal Griso e che succede? Che Lucia, Renzo e Agnese se ne vanno da don Abbondio per cercare di fregarlo col matrimonio a sorpresa e così il Griso e compagni si recano alla casa di Agnese per rapire Lucia e non trovano quella che Manzoni chiama "la povera giovane".

     E Renzo? Va a Milano il giorno della rivolta del pane, dà una mano a Ferrer a difendere l'ordine costituito contro i facinorosi, poi fa un discorso sconclusionato che lo fa passare per un facinoroso e sfugge per un pelo all'arresto con l'accusa di essere uno dei capi della rivolta.

     Quando poi tornerà a Milano, con l'epidemia di peste in corso, verrà scambiato per un untore e rischierà il linciaggio da parte della folla.

     Va cioè due volte a Milano e in entrambe le occasioni rischia grosso. Probabilmente non si recherà più a Milano.

     Il rapimento di Lucia, quello che riesce ad opera dell'Innominato, è addirittura caratterizzato da una triplice sfiga, attinente alla conversione di quest'ultimo:

            a) sfiga di don Rodrigo e pure beffarda: Lucia è finalmente stata rapita ma l'Innominato si ravvede e, nisba, la ragassuola gli sfugge anche stavolta, perché viene subito liberata;

           b) sfiga di Renzo: Lucia viene liberata dall'Inno minato e sembrerebbe tutto a posto ma la ragassuola nella notte ha fatto voto di castità e non potrà più sposare Renzo; per fortuna, fra' Cristoforo con la sua profonda cultura teologica riuscirà a convincerla che quel voto non ha valore (infatti, non ha raggiunto il quorum per rendere valida l'abrogazione della promessa di matrimonio);

            c) sfiga di Lucia: fa voto di castità e il giorno dopo l'Innominato si converte (non poteva, quest'ultimo, convertirsi la sera, quando la vide, anziché il giorno dopo, quando si recò dal cardinal Federigo?).

     Romanzo della sfiga, dunque, I promessi sposi? Non esageriamo: sono e rimangono il romanzo della fede e della Divina Provvidenza. Anche perché, come ci insegna l'Eco più maturo, la libertà dell'interpretazione ha pur sempre i suoi limiti.

Recensione a "Bordelli torinesi"
post pubblicato in Diario, il 26 aprile 2016

Le bancarelle dei libri a volte offrono l'occasione per fare degli acquisti interessanti e, di conseguenza, delle letture interessanti.

La Storia non è solo evenemenziale, cioè fatta di eventi importanti, ma anche di usi e costumi, abitudini, individuali e sociali, che spesso affondano le loro radici nell'alba dei tempi.

Senza cadere nelle esagerazioni di certa storiografia, che tende a minimizzare gli eventi per privilegiare la Storia "dal basso", informarsi anche degli aspetti che di solito non finiscono sui manuali e non danno vita a saggi rappresenta un utile ampliamento delle conoscenze sul passato.


Il libro Bordelli torinesi, scritto da Massimo Centini per i tipi de Il Punto - Piemonte in Bancarella, rientra in questo genere di letture complementari ai saggi storiografici propriamente detti.

L'Autore ci dà uno spaccato di quello che era la prostituzione a Torino fino al 1958, anno in cui venne varata ed entrò in vigore la ben nota Legge Merlin, che dispose la chiusura delle case di tolleranza.

Partendo da ciò che è stato il "mestiere più antico del mondo" nel corso dei secoli nella civiltà occidentale, per giungere a delineare un quadro delle case d'appuntamento operanti a Torino, soprattutto di quelle attive nei secoli XIX e XX, Centini affronta l'argomento dai suoi vari punti di vista (storico, morale, sanitario, sociologico, antropologico) con uno stile fluente, accattivante, non privo di ironia, senza mai cadere nella pruriginosità e men che mai nella morbosità.

Lo stesso apparato iconografico, comprendente molte foto di prostitute dell'epoca, è scelto con molta cura e raffinatezza, senza mai scivolare nella pornografia.

S'aggiunga a tutto ciò la scelta dei caratteri di stampa, nitidi e di dimensioni sufficienti dal rendere agevole la lettura anche per chi ha problemi di vista.

L'opera risulta quindi costruita bene e perfettamente confacente agli scopi per cui è stata scritta.


Unici nei sono il non venire specificate a volte le fonti da cui si attingono le informazioni (passi per gli "informatori", coloro di cui l'Autore ha raccolto a voce le testimonianze, ma è quanto meno discutibile che egli, pur correttamente, citi una voce di Wikipedia e avverta il lettore che quella voce non contiene la fonte di ciò che riporta) e una certa mancanza di precisione nel citare dati storici.

E' sbagliato che Centini, per periodi antecedenti il 1816, parli di regno delle Due Sicilie, mentre, prima di quell'anno, quel regno non era ancora stato istituito (lo fu dal Congresso di Vienna) e il sovrano Borbone che regnava su Sicilia e Mezzogiorno d'Italia era titolare di due corone, quella di re di Sicilia e di re di Napoli.

Così come è errato iniziare una frase con: "Vittorio Amedeo II, nel 1776, ...". Sarà anche un refuso ma nel 1776 quel re sabaudo era morto da decenni.

Ed è ugualmente sbagliato indicare Carla Voltolina, co-curatrice di un libro di Lina Merlin edito negli anni '50 del XX secolo, come "la futura moglie di Sandro Pertini": all'epoca i due erano già sposati.


Detto questo, però, il volume Bordelli torinesi è di interessante e godibilissima lettura, pur con qualche limite quanto a precisione storiografica.


Lettera aperta a mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, sulla blasfema parodia dell'Eucarestia
post pubblicato in Diario, il 11 aprile 2016

Buon giorno a mons. Nosiglia

e ai suoi preziosi collaboratori.

 

La Chiesa, si sa, non ha fra i suoi compiti quello di intervenire nelle attività e nelle manifestazioni dei partiti politici, pur avendo tutto il diritto di dire la sua su ogni questione che riguarda la società e, di conseguenza, le persone che compongono la società.

La Chiesa ha tutto il diritto di difendere se stessa, in quanto investita di una missione divina e in quanto imprescindibile punto di riferimento di tante anime, di tanti cittadini.

La Chiesa ha il diritto/dovere di difendere i suoi valori, i suoi simboli, i suoi riti da qualsivoglia attacco od offesa.

Come credente (ma sono sicuro che anche i veri laici condividono lo stesso sdegno) mi sento profondamente offeso dalla recente blasfema parodia della Santa Eucarestia che un movimento politico ha vergognosamente inscenato durante una sua manifestazione, il cui leader, proferendo la frase: "Questo è il mio corpo", ha fatto mangiare ai suoi seguaci dei grilli essiccati al posto delle Ostie.

Fra parentesi, il soggetto non è nuovo a simili offese al Cristianesimo, essendosi in passato altrettanto blasfemamente fatto fotografare con una corona di spine in testa prendendosi beffe della Passione del Nazareno, alla cui figura anche i non credenti dovrebbero portare rispetto.

Non penso che sia nelle prerogative della Chiesa cattolica invocare l'intervento della Magistratura per verificare l'ipotesi di reato di vilipendio della religione.

Penso però che sia la Conferenza Episcopale Italiana sia l'arcidiocesi di Torino, nel cui territorio si è svolta la blasfema messinscena dell'Eucarestia, dovrebbero prendere una adeguata presa di posizione contro chi si fa beffe della sensibilità religiosa di tante persone.

Questa, beninteso, è la mia posizione di credente, con i suoi limiti e la sua criticabilità.

Confido nella saggezza di Sua Eccellenza, mons. Nosiglia, che sicuramente saprà seguire la via più adatta.

Un affettuoso e sempre riconoscente saluto a mons. Cesare, mio buon pastore.

Gian Contardo Colombari.


 

 

Comunali Torino 2016. Come voterò
post pubblicato in Diario, il 8 aprile 2016

Voglio muovermi per tempo e, come si suol dire, esco allo scoperto a circa due mesi dal voto per le elezioni comunali.

La scelta su chi votare come sindaco di Torino e sul partito da votare non è mai stata per me in discussione, non solo in quanto iscritto, orgogliosamente iscritto al Partito Democratico. E' una scelta che trova il fondamento in positivo (l'operato di Fassino come sindaco uscente, in un quinquennio difficilissimo dal punto di vista delle risorse economiche) e in negativo (i disastri che farebbero i suoi avversari, soprattutto una: Torino non merita di finire come Livorno  ...).

Ora, dopo seria e serena riflessione, ho individuato i candidati da appoggiare per i Consigli comunale e circoscrizionale, basandomi sulle loro qualità, su quanto di buono, anzi, di ottimo, hanno già fatto e sulle cose che propongono.


Io voterò dunque


PIERO FASSINO

    

 come Sindaco di TORINO

e naturalmente P.D. come lista.

Quanto ai candidati al Consiglio comunale e a quello di Circoscrizione, è stata un po' dura la decisione, perché sono tutti di altissimo livello ma la mia scelta, indipendentemente da qualsiasi logica di corrente, ricadrà su


FEDERICA SCANDEREBECH

e


STEFANO LO RUSSO


per il Consiglio comunale


e su


VITO GENTILE


per la nuova Circoscrizione 2.


Ho scelto semplicemente documentandomi sulla loro preparazione e su quello che essi hanno fatto in questa legislatura comunale e circoscrizionale; in fondo è l'unico criterio valido per chi voglia votare con cognizione di causa e al riparo da qualsivoglia indottrinamento ideologico, da ogni logica correntizia e da ogni umoralità populista: guardare a ciò che hanno già fatto i vari candidati, scartando quelli che promettono cose irrealizzabili e quelli che sanno insultare gli avversari (nel mio partito comunque mancano, in altri invece ...).

Invito tutti a fare altrettanto.


Avanti tutta, PIERO!

Avanti tutta, FEDERICA!

Avanti tutta, STEFANO!

Avanti tutta, VITO!

Entusiasmo e fanatismo
post pubblicato in Diario, il 19 marzo 2016

Una volta la mia amica Irene Spagnuolo, bravissima scrittrice ed acutissima osservatrice dell'animo umano, mi scrisse in una e-mail privata che l'inesperienza unita all'entusiasmo genera intolleranza.

Inesperienza che a volte porta i giovani (e anche i meno giovani ...) ad assolutizzare le loro idee senza verificarle alla prova dei fatti. Entusiasmo che ...

Già, proprio sull'entusiasmo ho avuto modo di riflettere, dapprima dalle mie esperienze personali e poi dall'esame del modo di comportarsi della gente di fronte a proposte politiche, religiose o di altro genere.

Perché mai l'entusiasmo genera intolleranza e fanatismo?

Perché si basa su certezze assolute, su idee, proposte o persone in cui si ripone una fiducia cieca, acritica, impermeabile a qualsiasi dubbio.

La persona entusiasta di un'idea pretende che tutti siano entusiasti in eguale maniera e, quando si scontra con la realtà cioè quando si accorge che non tutti condividono il suo entusiasmo, dapprima reagisce con un senso di sgomenta sorpresa, poi prova indignazione, si scandalizza, e infine si mette ad attaccare chi non è entusiasta delle sue idee. "Se le mie idee sono giuste, - pensa, - quelli che non le condividono sbagliano e quindi sono nemici della Verità".

In un qualsiasi contesto sociale l'entusiasta è il rompiballe che infastidisce tutti con le sue critiche e con le sue assillanti richieste di adesione alle iniziative dei suoi capi.

Naturalmente, l'entusiasta diventa pedina di chi vuole usarlo, crede ciecamente alle parole d'ordine che si mette pappagallescamente a ripetere in ogni ambiente da lui frequentato o sui social network, accetta le idee dei suoi guru senza alcuno spirito critico: diventa, in sostanza, una marionetta da manovrare, uno strumento attraverso cui diffondere menzogne e bufale per servire la "causa".

L'entusiasmo trasforma in esseri aggressivi persone che altrimenti sarebbero le migliori del mondo, altruiste e disponibili verso gli altri.

L'entusiasmo, dunque, genera fanatismo. E il fanatismo genera odio verso gli altri e rifiuto di mettere in discussione le proprie idee.

In un mondo come quello odierno, sempre più pervaso dai fanatismi e dai populismi, di solito si imputa alla miseria, alla disperazione e alla frustrazione lo scivolare delle masse verso posizioni di odio, di intolleranza verso l'altro, di apologia della violenza.

Certo, la paura, la fame, le delusioni sono una componente del fanatismo, che è anche nutrito dalla strumentalizzazione di chi aizza le masse contro i propri nemici per tutelare i propri interessi.

Ma queste cause non bastano a spiegare del tutto il fanatismo e inoltre sono quelle più rimovibili: dai a un povero di che vivere dignitosamente e subito egli smetterà di condividere posizioni estremiste e diventerà, come si suol dire, un moderato; lo stesso dicasi per l'impaurito a cui si dà sicurezza e per il frustrato a cui si dà un'opportunità di realizzarsi.

All'entusiasta la soluzione dei problemi non importa niente: risolvi ogni sua necessità, rendilo ricco, sicuro ed appagato, e rimarrà fanatico, rifiuterà il confronto con le idee diverse dalle sua e vedrà chi non ne condivide le posizioni come un nemico da distruggere.

E' l'entusiasmo, religioso o politico che sia, la componente peggiore del fanatismo. Insieme all'ignoranza, naturalmente.


L'ironia di Umberto Eco
post pubblicato in Diario, il 23 febbraio 2016

Umberto Eco verrà ricordato anche per la sua ironia e per la sua autoironia.

Come quando gli dissero, probabilmente per la millesima volta che egli era il padre della semiotica e rispose: "Semmai, sono il nonno della semiotica".

Cito a memoria alcune frasi, lette via via nei suoi scritti, in cui diede la dimostrazione di possedere un grande senso dell'umorismo.

A cominciare dalla cover, che scrisse con alcuni amici, di una canzone di Tony Dallara e nella quale  la sua disciplina di studio riecheggiava fin dal titolo, modificato in Semantica.

Il romanzo Il pendolo di Foucault, poi, è disseminato di battute spiritose e di passi e pagine intere in cui si ride: dalla doppia spiegazione che uno dei protagonisti, Jacopo Belbo, dà del detto piemontese Ma gavte la nata! (trad, it., "Ma levati il tappo!": chi ha letto il libro sa benissimo in quale parte anatomica i palloni gonfiati abbiano infisso detto tappoalle spassosissime pagine in cui prende il giro gli APS ossia gli autori che fanno pubblicare i libri a proprie spese, di cui Eco descrive in modo pungente le vanità letterarie e l'ingenuità che li porta a farsi spennare come polli da editori senza scrupoli.

Fra le pagine ironiche scritte da Eco nella sua settimanale rubrica su L'Espresso, posso citare "Galileo in libertà provvisoria?", dove disegnava la pungente immagine di una Chiesa che da secoli cercava disperatamente di tenere bloccata la Terra per impedirle di girare attorno al Sole (col risultato che il nostro pianeta opponeva resistenza e ne derivavano terremoti e altre catastrofi naturali), e "Quando entrai nella PP2", spassosissima parodia della loggia deviata di Licio Gelli, con tanto di venerabile maestro anagrammato il Gellio Lici, di cardinali incappucciati che fremono all'idea di pugnalare le ostie (al che i massoni li sgridano dicendo loro che non si usa già da parecchio tempo fare cose del genere) e di gomitata ammiccante data al medico di famiglia perché gli ha detto: "Dica trentatré!", e lui ha creduto che fosse un riferimento al numero di gradi della Massoneria, con lo spiacevole strascico che il medico, credendolo in preda a nervosismo, gli ha prescritto una quantità tale di tranquillanti da renderlo temporaneamente impotente.

Ironia che, se ricordo bene, Eco non lesinò nemmeno quando, sempre su L'Espresso, pubblicò la commemorazione di Augusto Guzzo, uno dei suoi maestri all'Università di Torino, tracciandone un profilo di grande studioso ma raccontandone anche, con rispettoso senso dell'umorismo, le piccole manie che ogni docente in fondo ha. Fare ciò, col buon gusto dell'ironia, significa rendere omaggio ad un maestro, non certo irriderlo.



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Improvvisazioni echiane
post pubblicato in Diario, il 20 febbraio 2016

      Dedico questo mio scritto, risalente a qualche anno fa, alla memoria di Umberto Eco, scomparso ieri.

 

      Lorenza Pellegrini giocava a flipper col pube: provocatoria manifestazione delle frustrazioni di Jacopo Belbo, che ancora pensava alla tromba di latta di quand’era bambino.

      Guerra partigiana nel Monferrato, guerra di Liberazione su cui oggi giornalisti con false lacrime di coccodrillo sputano sentenze e menzogne per fare gli antidivi, per far credere di essere politically uncorrect. Ma la vera guerra, fatta di eroi, è quella vista da Jacopo Belbo e dalla regina Loana, la cui lunga fiamma continua a illuminare la memoria storica di chi non vuole abboccare a fraudolenti e comodi revisionismi.

      Monferrato solcato e segnato dai passi semiscalzi di Adso da Melk e di Guglielmo da Baskerville, e prima di loro da Baudolino e da Aleramo Scaccabarozzi detto il Ciula.

      Jacopo Belbo all’inseguimento dell’amore impossibile di quella pigliaculo di Lorenza Pellegrini. Baudolino e la sua grande storia d’amore sulle strade del Prete Gianni. Adso da Melk e il suo fugace eppur splendido amplesso con la rosa, la sconosciuta ragazza che stava sfuggendo al disgustoso coito bramato dal lussurioso ex dolciniano Remigio da Varagine. Guglielmo da Baskerville che cerca di rimuovere dall’animo di Adso l’assurdo senso di colpa per avere giaciuto con la rosa, per essersi per una volta concesso la libertà di vivere e agire da uomo; Guglielmo da Baskervilleche ama l’unico amore che non tradirà mai, i libri. Roberto che coltiva davanti all’isola del giorno prima la sua gelosia per l’immaginario Ferrante, gemello immaginario immaginato ad insidiargli il suo immaginario Grande Amore.

      Tutti amori che si dipanano, che si tessono sulla trama del Tempo, sulla trama del Fato, sulla trama del Piano, vanamente inseguito da pazzi furiosi che sognano di dominare il mondo.

      Ci si innamora davvero per un brutto scherzo di quello stronzetto di Cupido? O non ci si innamora, piuttosto, perché ci si vuole innamorare, per riempire un vuoto con un intervallo di dolcezza odi passione, per rispondere al bisogno inconscio (e masochista) di scacciare inconsciamente un dolore con un dolore ancora più grande, più atroce, quale indubbiamente danno le pene d’amore? Ad esempio, quanti comunisti si sono innamorati, che so?, di ex allieve delle Orsoline, all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica?

      Aveva ragione Jacopo Belbo, non c’è che dire, mentre, sordo alla saggezza della sua amata Lia, Pim Casaubon perdeva il senso della Ragione correndo insieme a Diotallevi dietro un Piano che non esisteva ma che, come tutte le cose che non esistono, era destinato, come l’ira funesta di Achille, ad addurre infiniti lutti ma questa volta non agli Achei ma ai polli che credono che dietro i misteri non ci sia il nulla ma qualcosa che consentirebbe di conquistare il mondo.

      Jacopo Belbo che, finalmente libero da complessi e frustrazioni, finalmente libero da Lorenza Pellegrini, muore con stoica ironia invitando a levarsi il tappo dal culo tutti i palloni gonfiati del mondo, occultisti ed esoteristi, neotemplaristi e bigotti reazionari ascoltatori di Radio Maria, il signor Garamond e l'Agliè alias pseudo San Germano, Bernardo Gui e la faccia da tapiro, liberisti egoisti e rivoluzionari duri e puri, populisti e titolari di blog spargitori di odio, antisemiti di destra e di sinistra, giustizialisti di destra e di sinistra, evasori fiscali e furbetti che piangono falsa miseria.

      E io, burattinaio di parole, che non mi perdo né dietro a un primo sole né a un'ultima luna, che non mi prende alcuna assurda nostalgia nel vedere in strada Samantha e Andrea che si lasciano, inviterei anch'io tutti i palloni gonfiati del mondo a levarsi il tappo che portano infisso nello sfintere.

      Lascio ai palloni gonfiati il losco potere di opprimere gli apocalittici e gli integrati, i polli e i pecoroni da plagiare. E mi affido, nelle mie effimere previsioni del futuro, all’ottica di un’opera aperta codificata in un diario minimo in cui c’è posto anche per la contessa Maria Teresa Balbiano d’Aramengo, mentre la fenomenologia di Mike Bongiorno viene insegnata al DAMS di Bologna in un seminario tenuto dal professor Pistolazzo Pistolazzi in collaborazione col commendator De Gubernatis e con Adeodato Lampustri, e il premio letterario “Petruzzellis della Gattina” viene assegnato a Valentino Rossi.

Black Mamba (Coliandro): una delusione
post pubblicato in Diario, il 19 gennaio 2016

Il primo episodio della quinta serie de L'ispettore Coliandro, "Black Mamba", non convince.

Nonostante il collaudato cast (da Paolo Sassanelli a Giuseppe Soleri) si confermi all'altezza e Giampaolo Morelli dimostri la consueta grandissima abilità recitativa, c'è qualcosa che non funziona nello sviluppo della trama.

Certo, le gaffe di Coliandro sono sempre esilaranti, nel perfetto stile del personaggio.

Ma, a parte ciò e alcune scene spettacolari nella fase finale, la fiction ha poco mordente, risulta svilupparsi abbastanza piatta e, in fondo, prevedibile, priva di quella suspense che dovrebbe essere il sale di ogni film o telefilm tratto da un giallo.

Colpa del soggetto o della sceneggiatura? Non si sa. Di sicuro, le precedenti serie della fiction comprendevano molti episodi più avvincenti di questo; mi riferisco, ad esempio, a episodi come "Mai rubare a casa dei ladri", "Cous cous alla bolognese" e "Anomalia 21".

Aspettiamo dunque la messa in onda dei prossimi episodi per sapere se si è trattato di una falsa partenza oppure se questa serie rappresenta un passo indietro rispetto alle prime quattro.         

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