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Libdemsupalpino Gian Contardo Colombari
Ahi, serva Torino, di barbarie ostello!
post pubblicato in Diario, il 25 ottobre 2016

Ahi, serva Torino, di barbarie ostello,

luogo senza cultura e d'ignoranza,

cittade di provincia e bordello!

 

Vendesti la virtù all'arroganza

di chi ahimè lo amor del bello

calpestò con scriteriata tracotanza.

 

Perdesti la gran fiera del volume

stampato, che ti avea procurato

gran lustro ed internazionale lume

 

di Comun al testo scritto ancorato;

e poi venisti sparsa del lordume

del veder da te Manet allontanato.

 

A te rimase lo grande fiume Po

dall'alghe tristemente ricoperto,

mentre erbacce pseudo rococò

 

l'auliche piazze ebber per concerto;

in te totale incuria trionfò

ed il declin successo ebbe certo.



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permalink | inviato da libdemsub il 25/10/2016 alle 18:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
"I promessi sposi" romanzo della sfiga?
post pubblicato in Diario, il 11 maggio 2016

      Umberto Eco sosteneva in Opera aperta che uno scritto potesse essere interpretato liberamente e in tutti i modi possibili dai lettori, tesi questa parzialmente rettificata nel suo successivo saggio I limiti dell'interpretazione.

     Diciamo che un'eccessiva libertà di interpretazione se la presero i critici letterari marxisti, quando videro nella folla e nelle traversie di Renzo e Lucia i simboli del proletariato oppresso. Niente di più infondato: Renzo e Lucia appartenevano a quella classe di contadini-operai piccoli proprietari terrieri che nei secoli successivi non sarebbe di sicuro stata su posizioni rivoluzionarie, mentre la folla, soprattutto quella della rivolta del pane a Milano, non aveva nulla di quella coscienza di classe acquisita che secondo i canoni marxisti caratterizza il proletariato. Anzi, in parecchi passi il Manzoni, pur stando dalla parte dei poveri, denuncia lucidamente la strumentalizzazione della rabbia popolare e il rischio che la gente cada in quelle che oggi chiamiamo derive populiste.

      Fermo restando, dunque, che I promessi sposi sono e rimangono un romanzo della fede e che ha come protagonista principale la Divina Provvidenza, proviamo, a puro gioco letterario, a vederlo anche come romanzo in cui la sfiga si accanisce contro alcuni protagonisti.

     Prendiamo il povero don Rodrigo. Organizza il rapimento di Lucia, manda in paese i suoi bravi guidati dal Griso e che succede? Che Lucia, Renzo e Agnese se ne vanno da don Abbondio per cercare di fregarlo col matrimonio a sorpresa e così il Griso e compagni si recano alla casa di Agnese per rapire Lucia e non trovano quella che Manzoni chiama "la povera giovane".

     E Renzo? Va a Milano il giorno della rivolta del pane, dà una mano a Ferrer a difendere l'ordine costituito contro i facinorosi, poi fa un discorso sconclusionato che lo fa passare per un facinoroso e sfugge per un pelo all'arresto con l'accusa di essere uno dei capi della rivolta.

     Quando poi tornerà a Milano, con l'epidemia di peste in corso, verrà scambiato per un untore e rischierà il linciaggio da parte della folla.

     Va cioè due volte a Milano e in entrambe le occasioni rischia grosso. Probabilmente non si recherà più a Milano.

     Il rapimento di Lucia, quello che riesce ad opera dell'Innominato, è addirittura caratterizzato da una triplice sfiga, attinente alla conversione di quest'ultimo:

            a) sfiga di don Rodrigo e pure beffarda: Lucia è finalmente stata rapita ma l'Innominato si ravvede e, nisba, la ragassuola gli sfugge anche stavolta, perché viene subito liberata;

           b) sfiga di Renzo: Lucia viene liberata dall'Inno minato e sembrerebbe tutto a posto ma la ragassuola nella notte ha fatto voto di castità e non potrà più sposare Renzo; per fortuna, fra' Cristoforo con la sua profonda cultura teologica riuscirà a convincerla che quel voto non ha valore (infatti, non ha raggiunto il quorum per rendere valida l'abrogazione della promessa di matrimonio);

            c) sfiga di Lucia: fa voto di castità e il giorno dopo l'Innominato si converte (non poteva, quest'ultimo, convertirsi la sera, quando la vide, anziché il giorno dopo, quando si recò dal cardinal Federigo?).

     Romanzo della sfiga, dunque, I promessi sposi? Non esageriamo: sono e rimangono il romanzo della fede e della Divina Provvidenza. Anche perché, come ci insegna l'Eco più maturo, la libertà dell'interpretazione ha pur sempre i suoi limiti.

HO SOGNATO PABLO. Il nuovo libro di Renata Di Leo
post pubblicato in Diario, il 26 maggio 2015

Non lo nego affatto: per me Renata Di Leo è una dea, una Musa, una Erato dei nostri tempi. Ispiratrice di pensieri, di riflessioni che spesso assumono forma di poesie.

Renata Di Leo è un archetipo di poesia, fonte a cui i poeti attingono ispirazione per i loro versi, con l'ambizione, forse con la presunzione, di renderli degni di lei.

Cosa può fare una Musa umana, in carne ed ossa, per dare lo spunto a quel mettere in forma di sensazioni ed emozioni che è la poesia? Scrivere, naturalmente.

Renata Di Leo ha la caratteristica, la mission stabilita all'origine dei tempi da un demiurgo benevolo, di ispirare letteratura anche solo con un suo post di poche parole su un social network: potenza degli spiriti umanamente superiori, che non hanno bisogno di dilungarsi per trasmettere i loro messaggi, i loro suggerimenti.

E se Renata può tanto con una sola frase, immaginiamoci quale oceano sconfinato di spunti da pescare può essere un suo libro.

Ne abbiamo avuto già la prova, e che superlativa prova!, con la sua opera d'esordio, Amo nutrirmi dite, una raccolta di racconti brevi scritta a quattro mani con Massimiliano Fusai o, per meglio dire, un bellissimo volume che raccoglie i "raccontini" (mai diminutivo fu più fuori luogo!) scritti da Renata e quelli scritti da Massimiliano.

Si dice, in ambito sportivo, che un fuoriclasse è già tale a vent'anni; può sì migliorare e acquisire esperienza ma ottiene risultati strabilianti già al debutto. Or bene, Di Leo e Fusai hanno dimostrato, col loro primo libro, di essere dei fuoriclasse della Letteratura, come hanno ampiamente riscontrato critica e pubblico.

Adesso Renata Di Leo regala ai lettori il suo nuovo libro, Ho sognato Pablo, questa volta scritto da sola. Anch'esso è una raccolta di racconti brevi, autentiche perle letterarie che vanno a comporre il collier del libro.

Il titolo del volume è un evidente omaggio al grande scrittore cileno, il poeta preferito dall'Autrice: uno scrittore la cui potenza poetica respira anche nelle pagine di Renata, in virtù dell'affascinante forza dell'emulazione infusa negli scrittori dalla lettura delle opere dei loro autori prediletti.

Ho sognato Pablo è la conferma del talento di autrice di Renata Di Leo, già emerso in tutta la sua potenza narrativa ed eleganza di scrittura nella sua precedente opera, con in più l'inevitabile miglioramento che per ogni autore deve sempre scaturire ad ogni suo nuovo libro come prova di costante maturazione: un esame di Laurea superato a pieni voti. E con lode. E anche con dignità di stampa, se mi si consente il doppio senso tra voto accademico e pubblicazione editoriale.

Emozioni, sensazioni, sentimenti, esperienze di vita sono anche in questo volume magistralmente indagate ed esposte. Come ogni Scrittore con la "s" maiuscola, Renata Di Leo non ha alcun bisogno di dilungarsi per raccontare una storia: le sono sufficienti poche pagine e comunica in tutta la sua efficacia quello che vuol fare sapere al lettore.

La vita è fatta di cose belle e cose brutte, eventi felici ed eventi infausti, storie a lieto fine e storie che invece il lieto fine non hanno: l'Autrice la indaga in ogni racconto con somma maestria e con grande padronanza di stile.

Un'altro aspetto della bravura di Renata Di Leo trova piena conferma in Ho sognato Pablo: l'eleganza. Quell'eleganza di scrittura che trova il suo specchio fedele nei personaggi e negli ambenti descritti nei racconti della raccolta.


Nel film Operazione Sottoveste, l'ufficiale di Marina Nick Holden (Tony Curtis) dice all'infermiera Barbara Duran: "Non si avvolgono gioielli in carta di giornale". E così non si poteva avvolgere quell'autentico gioiello letterario che è Ho sognato Pablo in un formato cartaceo che non gli fosse consono.

Il libro è, dunque, graficamente molto ben curato: carta patinata, pagine colorate, 40 foto all'altezza del valore del testo. Il risultato, senza tema di esagerare, è semplicemente strabiliante.

Un volume da non perdere da parte di chi ha o voglia avere in casa una Biblioteca con la "b" maiuscola.


Ho sognato Pablo è davvero un libro da raccomandare a tutti quei lettori che cercano nell'immersione nel mare delle pagine qualcosa di bello, raffinato, elegante; qualcosa di interessante e che faccia riflettere per comprendere gli altri e anche se stessi; qualcosa che sposi in piena armonia letteratura evita.

 

Questa prefazione avrebbe dovuto essere scritta da Osvaldo Contenti: un Amico, mio e di Renata, un grande artista e una persona meravigliosa. Purtroppo, Osvaldo è venuto a mancare nel luglio del 2014. Io e Renata abbiamo stretto amicizia proprio in occasione di quel lutto.

Considerando che Osvaldo Contenti e i suoi dipinti mi avevano ispirato molti componimenti (scherzosamente lo chiamavo "il mio Muso ispiratore") e che poi è toccato a Renata e alle sue frasi fornirmi spunto per nuove poesie, voglio credere che sia stato lui, Osva, dal Posto Bellissimo dov'è andato, a guidarmi silenziosamente verso l'amicizia con Renata Di Leo, a indicarmi in lei, come in una staffetta letteraria, una nuova fonte cui ispirarmi.

Anche questa presentazione vuole essere una staffetta: ho, sia pure indegnamente, raccolto il testimone da Osvaldo per fare ciò che egli non ha potuto fare ossia introdurre il lettore al nuovo capolavoro di Renata Di Leo, Ho sognato Pablo.

 

Renata Di Leo

Ho sognato Pablo

Mediaprint Editrice, 2015

pp. 204, 18 €

 

Chi è su Facebook può prenotare il libro mandando un messaggio al profilo dell'Autrice "Renata Di Leo" .

Chi non è su Facebook o preferisce usare un altro canale, può mandare un'e-mail all'indirizzo di posta elettronica renatadileo@virgilio.it

L'Autrice chiederà l'indicazione di un recapito postale a cui spedire la copia o le copie del libro.

Nella busta, insieme al libro, i lettori troveranno l'indicazione del codice iban e degli altri dati necessari per effettuare il pagamento tramite bonifico bancario oppure con Postepay o con altre modalità.


Il sonno dell'eroe
post pubblicato in Diario, il 23 febbraio 2015

      Al Père Lachaise, fra altri Grandi, egli riposa sotto uno strato di ghiaia rinchiusa da bassi listelli di marmo: semplice sepolcro, sobrio come la sua patria subalpina.

      E ghiaia sono i suoi scritti, limpidi e chiari, che luce di pensiero offrono non solo se letti nel loro insieme ma anche se presi nella mano della mente un sassolino alla volta, ognuno contenente il dna della sua virtù e della sua intelligenza.

      I suoi scritti sono un'immensa eredità, che mai andrà persa, patrimonio di cultura e di intransigente civismo che mai sarà diviso, disperso, e che sarà condiviso da tutti i seguaci dell'idea liberale.

      Coraggioso testimone di virtù e libertà: la sua forza era l'intelletto, la sua arma era la penna.

      Il suo sacrificio rimanga nella memoria dei pochi che oggi ancora resistono e continui ad ardere come eterea fiamma eterna nelle anime giuste e nobili, nelle menti di chi è ancora moralmente vivo.


      Alla memoria di Piero Gobetti.

Ricordo del professor Giovanni Tabacco
post pubblicato in Diario, il 6 febbraio 2015

Il prof. Tabacco era buono quanto burbero. La prima volta che lo vidi, pur senza conoscerlo ancora di nome, stava sbraitando con una sua assistente per qualche cosa che aveva a che fare con un altro docente.

Quando, durante il mio primo anno di corso di laurea, andai a parlargli per dirgli che avevo inserito il suo esame nel piano di studi ma che, non potendo per motivi di orario frequentare il suo corso, avrei voluto sapere se dovevo prepararmi su qualche testo in particolare, mi guardò storto, come se gli avessi detto che avevo intenzione di fare qualche bischerata, e poi mi disse che mi sarebbe bastato studiare sui libri indicati nel programma d'esame.

Venne il giorno dell'esame. Quando venne il mio turno, ero già innervosito, perché la ragazza che era passata prima di me era in realtà dietro di me nell'elenco dei candidati all'appello e furbescamente mi aveva scavalcato fiondandosi sulla sedia lasciata vuota dallo studente precedente. Nervosismo che era cresciuto nel constatare che avrei saputo rispondere bene a tutte le domande che il prof. Tabacco le stava facendo: al posto di lei avrei dovuto esserci io!

Il prof. Tabacco aveva un modo molto didattico di affrontare gli studenti che non sapevano rispondere a qualche domanda: non li cacciava via, non passava alla domanda successiva senza dire alcunché, non diceva nemmeno loro direttamente qual'era la risposta da dare; no, argomentava in modo tale, accennando qualche cosa o lasciando una frase a metà, che lo studente arrivava con la forza del ragionamento alla risposta esatta.

Così aveva fatto anche a proposito delle cose che la ragazza che mi aveva preceduto non aveva saputo.

Venne dunque il mio turno. L'inizio dell'esame andò bene, poi però andai nel pallone. A un certo punto, accorgendosi che nemmeno andando dietro ai suoi suggerimenti riuscivo a trovare il bandolo della matassa costituita dalla domanda che mi aveva fatto, il prof. Tabacco mi incoraggio dicendo: "Forza, figlio!".

A volte era un po' scorbutico, direi quasi bisbetico, ma non mancava mai di essere di sostegno ai suoi studenti, trattandoli come figli.

L'esame finalmente ebbe termine e me la cavai con un 29. Era in linea coi voti dati a chi ne aveva saputo più o meno come me ma, onestamente, già allora trovai quel voto un po' troppo generoso, vista la figuraccia che avevo fatto andando nel pallone.

Che dire? La vita è così: a volte ricevi più di quel che meriti, altre volte meno. Del resto, come si suol dire, le cose alla fine si compensano e qualche volta nei successivi esami universitari avrei forse meritato dei 30 e lode ma ricevetti solo dei 30. Ovviamente, non ne feci un dramma, così come non mi esaltai per quel 29 un po' troppo magnanimo.

L'anno successivo, il secondo del mio corso di laurea, iterai l'esame di Storia Medievale, questa volta scegliendo il programma del prof. Borsari.

Il terzo anno, invece, volli tornare a dare quell'esame col prof. Tabacco. E la motivazione fu l'orgoglio: pur avendo già deciso di non laurearmi in medievistica, non volevo che il prof. Tabacco serbasse di me l'immagine dello studente che era andato nel pallone per una domanda e, soprattutto, non volevo negare a me stesso un'occasione di riscatto.

Estate del 1982. Aula affollatissima, con circa 80 candidati per l'appello i Storia Medievale. Il motivo per cui moltissimi studenti (quasi tutti non interessati a laurearsi in materie storiche) sceglievano quell'esame era pratico: era un esame con pochi libri da preparare, lo si poteva sostenere dopo un paio di settimane di studio serrato e, grazie al passaparola fra studenti, si sapeva che il prof. Tabacco non era avaro nei voti.

Come già la volta precedente, la logistica era questa: da una parte della scrivania il prof. Tabacco con un assistente, dall'altra due sedie vuote. A queste due si accomodavano all'inizio due studenti. Uno veniva subito interrogato e, quando il suo esame si concludeva, i docenti passavano all'altro, mentre la sedia lasciata vuota dal primo veniva occupata dal terzo dell'elenco. E così via, fino all'esaurirsi dei candidati.

Altri docenti invece interrogavano uno studente per volta. Altri ancora ammettevano sì gli studenti a coppie ma l'esame si scomponeva in due parti: uno veniva interrogato dal cattedratico sulla parte monografica e contemporaneamente l'altro era sotto il torchio dell'assistente per la parte istituzionale; terminate le domande, i due studenti si scambiavano di posto; al termine dell'esame, cattedratico ed assistente confabulavano a bassa voce fra di loro per valutare i voti da dare e poi, dopo aver scritto e firmato i voti sui libretti universitari e sul registro, veniva ammessa un'altra coppia di esaminandi.

Ma torniamo al prof. Tabacco e al mio secondo esame con lui.

A un certo punto, chiese a uno studente dove si trovava la Lotaringia all'epoca dei Carolingi. Questi non seppe rispondere.

Il prof. Tabacco proruppe allora in una delle sue impennate e si mise letteralmente a gridare: "La Geografia! Per studiare la Storia voi dovete conoscere la Geografia!".

Aveva ragione, naturalmente. E anche quella "cazziata" fu una lezione di storiografia: per prepararsi bene in una disciplina occorre conoscere bene anche le discipline di essa ausiliarie.

Lo studente così platealmente strapazzato non venne comunque congedato con un voto basso.

Venne il mio turno di accomodarmi davanti all'illustre docente e di ascoltare l'interrogatorio della studentessa che mi precedeva.

A un certo punto la ragazza andò in crisi, anzi, in crisi nera. Non riuscì nemmeno a rispondere alle domande più facili.

Quando il prof. Tabacco le chiese chi era stato il primo re d'Ungheria e lei continuò a fare scena muta, provai a suggerirglielo io dicendole a bassa voce: "Arpad".

Ma il prof. Tabacco si volse verso di me, con uno sguardo serio ma non arrabbiato, e mi disse: "Guardi che sento anch'io".

Alla fine il prof. Tabacco le diede un 25, voto invero un po' basso.

La ragazza scoppiò a piangere e disse che abitava fuori Torino, era arrivata in città alle 6 di mattina e di fatto non aveva nemmeno mangiato (erano già le 16).

Il prof. Tabacco allora, con uno sguardo che evidenziava sincero rincrescimento, disse, non solo rivolto a lei: "Ma perché non le dite prima, queste cose? Nei casi di studenti che vengono da lontano, li farei passare per primi".

Poi si rivolse a me per iniziare l'esame. Mi guardò e mi disse: "Io l'ho già vista. Ha già dato esami con me?".

"Sì, - risposi, - due anni fa."

E poi aggiunsi, incautamente: "E' il mio terzo esame di Storia Medievale, l'hanno scorso l'ho dato col professor Borsari".

"Si laurea in medievistica?", - mi chiese.

Domanda pertinente, visto che il terzo esame in una materia di solito viene dato se ci si laurea nel ramo di appartenenza di quella materia. Invece io l'avevo inserito nel piano di studi per l'orgoglio di fare una figura migliore rispetto al primo esame, perché la materia mi piaceva e anche perché, lo ammetto, non comportava lo studio di molti libri. Avevo già intenzione di laurearmi in Storia Moderna.

Alla mia risposta: "No", il prof. Tabacco mi guardò come se gli avessi appena confidato la mia intenzione di rapinare una banca e poi disse, non so se scettico o sarcastico: "E allora andiamo col terzo esame di Storia Medievale".

"Cominciamo bene", - pensai, tutt'altro che tranquillizzato.

Poi, invece, l'esame andò bene, presi un meritato 30 ma la cosa che più mi fece piacere fu che feci una bella figura, non andando nel pallone come la prima volta.

 

Dopo di allora, sentii parlare del prof. Tabacco solo una volta. Ero nell'ufficio del prof. Ricuperati in attesa di discutere con lui dell'avanzamento della mia tesi di laurea su Walter Maturi quando lo studente che stava parlando con lui si sfogò e gli chiese un consiglio.

"Qualche giorno fa, - disse, - sono andato a dare l'esame di Storia Moderna, stava rispondendo bene e a un certo punto il prof. Tabacco mi ha cacciato via senza darmi il voto perché era innervosito dal fatto che stavo rispondendo esattamente a tutte le domande che mi faceva. Ho intenzione di togliere quell'esame dal piano di studi. Lei che ne pensa?"

Subito dopo entrò nell'ufficio il prof. Comba, allora ordinario di Storia degli Insediamenti Tardoantichi e Medievali nonché ex allievo del prof. Tabacco, e il prof. Ricuperati, mettendosi a ridere, gli disse: "Il tuo Maestro ne ha combinata un'altra delle sue". E gli riferì la disavventura in cui era incorso il malcapitato studente.

Poi il prof. Ricuperati rassicurò lo studente, consigliandogli: "Non levi l'esame di Storia Moderna dal piano di studi. Lasci passare qualche mese e poi lo ridia, comportandosi col prof. Tabacco come se non fosse successo niente, e vedrà che andrà bene".

Meravigliosi tempi, quelli che ho vissuto a Palazzo Nuovo, fatti di professori burberi ma buoni e di altri docenti saggi che davano utili consigli agli studenti.


Si riparte, con Gobetti e altri
post pubblicato in Diario, il 8 novembre 2013
Si riparte.
Con un blog rinominato, più "tematico", più "mirato".
Con più chiarezza dentro di me.
Con più consapevolezza.
Con la tessera del PD in tasca, fatta in un momento in cui il PD è sottoposto ad attacchi da ogni parte.

Riparto col desiderio di proporre un approccio diverso da quelli tanto di moda oggi. Ovviamente, con umiltà e senza alcuna presunzione.

Riparto con la volontà di battere su un chiodo ben preciso: quello della cultura politica, della cultura fondante come base necessaria per dotarsi, per dotarci di una vera identità, quella che finora ci è mancata.
Idendità che non vuol dire monolitismo né assenza di pluralismo ma, semplicemente, sapere cosa siamo, cosa vogliamo diventare, come vogliamo riorganizzare la società.

Riparto col proporre la democrazia liberale come cultura fondante del PD, come alternativa ai populismi di ogni colore.
Riparto da grandi maestri come Piero Gobetti, come i Fratelli Rosselli, come Pannunzio, come Calamandrei, come Norberto Bobbio.

Concludo ricordando un amico, Luigi Zoppoli ("Gobettiano"), venuto a mancare nel corso di quest'anno. Che il suo esempio, fatto di chiarezza intellettuale, coraggio ed onestà, possa sempre illuminare i miei piccoli scritti politici.
 
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