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Libdemsupalpino Gian Contardo Colombari
L'ironia di Umberto Eco
post pubblicato in Diario, il 23 febbraio 2016

Umberto Eco verrà ricordato anche per la sua ironia e per la sua autoironia.

Come quando gli dissero, probabilmente per la millesima volta che egli era il padre della semiotica e rispose: "Semmai, sono il nonno della semiotica".

Cito a memoria alcune frasi, lette via via nei suoi scritti, in cui diede la dimostrazione di possedere un grande senso dell'umorismo.

A cominciare dalla cover, che scrisse con alcuni amici, di una canzone di Tony Dallara e nella quale  la sua disciplina di studio riecheggiava fin dal titolo, modificato in Semantica.

Il romanzo Il pendolo di Foucault, poi, è disseminato di battute spiritose e di passi e pagine intere in cui si ride: dalla doppia spiegazione che uno dei protagonisti, Jacopo Belbo, dà del detto piemontese Ma gavte la nata! (trad, it., "Ma levati il tappo!": chi ha letto il libro sa benissimo in quale parte anatomica i palloni gonfiati abbiano infisso detto tappoalle spassosissime pagine in cui prende il giro gli APS ossia gli autori che fanno pubblicare i libri a proprie spese, di cui Eco descrive in modo pungente le vanità letterarie e l'ingenuità che li porta a farsi spennare come polli da editori senza scrupoli.

Fra le pagine ironiche scritte da Eco nella sua settimanale rubrica su L'Espresso, posso citare "Galileo in libertà provvisoria?", dove disegnava la pungente immagine di una Chiesa che da secoli cercava disperatamente di tenere bloccata la Terra per impedirle di girare attorno al Sole (col risultato che il nostro pianeta opponeva resistenza e ne derivavano terremoti e altre catastrofi naturali), e "Quando entrai nella PP2", spassosissima parodia della loggia deviata di Licio Gelli, con tanto di venerabile maestro anagrammato il Gellio Lici, di cardinali incappucciati che fremono all'idea di pugnalare le ostie (al che i massoni li sgridano dicendo loro che non si usa già da parecchio tempo fare cose del genere) e di gomitata ammiccante data al medico di famiglia perché gli ha detto: "Dica trentatré!", e lui ha creduto che fosse un riferimento al numero di gradi della Massoneria, con lo spiacevole strascico che il medico, credendolo in preda a nervosismo, gli ha prescritto una quantità tale di tranquillanti da renderlo temporaneamente impotente.

Ironia che, se ricordo bene, Eco non lesinò nemmeno quando, sempre su L'Espresso, pubblicò la commemorazione di Augusto Guzzo, uno dei suoi maestri all'Università di Torino, tracciandone un profilo di grande studioso ma raccontandone anche, con rispettoso senso dell'umorismo, le piccole manie che ogni docente in fondo ha. Fare ciò, col buon gusto dell'ironia, significa rendere omaggio ad un maestro, non certo irriderlo.



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permalink | inviato da libdemsub il 23/2/2016 alle 20:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Improvvisazioni echiane
post pubblicato in Diario, il 20 febbraio 2016

      Dedico questo mio scritto, risalente a qualche anno fa, alla memoria di Umberto Eco, scomparso ieri.

 

      Lorenza Pellegrini giocava a flipper col pube: provocatoria manifestazione delle frustrazioni di Jacopo Belbo, che ancora pensava alla tromba di latta di quand’era bambino.

      Guerra partigiana nel Monferrato, guerra di Liberazione su cui oggi giornalisti con false lacrime di coccodrillo sputano sentenze e menzogne per fare gli antidivi, per far credere di essere politically uncorrect. Ma la vera guerra, fatta di eroi, è quella vista da Jacopo Belbo e dalla regina Loana, la cui lunga fiamma continua a illuminare la memoria storica di chi non vuole abboccare a fraudolenti e comodi revisionismi.

      Monferrato solcato e segnato dai passi semiscalzi di Adso da Melk e di Guglielmo da Baskerville, e prima di loro da Baudolino e da Aleramo Scaccabarozzi detto il Ciula.

      Jacopo Belbo all’inseguimento dell’amore impossibile di quella pigliaculo di Lorenza Pellegrini. Baudolino e la sua grande storia d’amore sulle strade del Prete Gianni. Adso da Melk e il suo fugace eppur splendido amplesso con la rosa, la sconosciuta ragazza che stava sfuggendo al disgustoso coito bramato dal lussurioso ex dolciniano Remigio da Varagine. Guglielmo da Baskerville che cerca di rimuovere dall’animo di Adso l’assurdo senso di colpa per avere giaciuto con la rosa, per essersi per una volta concesso la libertà di vivere e agire da uomo; Guglielmo da Baskervilleche ama l’unico amore che non tradirà mai, i libri. Roberto che coltiva davanti all’isola del giorno prima la sua gelosia per l’immaginario Ferrante, gemello immaginario immaginato ad insidiargli il suo immaginario Grande Amore.

      Tutti amori che si dipanano, che si tessono sulla trama del Tempo, sulla trama del Fato, sulla trama del Piano, vanamente inseguito da pazzi furiosi che sognano di dominare il mondo.

      Ci si innamora davvero per un brutto scherzo di quello stronzetto di Cupido? O non ci si innamora, piuttosto, perché ci si vuole innamorare, per riempire un vuoto con un intervallo di dolcezza odi passione, per rispondere al bisogno inconscio (e masochista) di scacciare inconsciamente un dolore con un dolore ancora più grande, più atroce, quale indubbiamente danno le pene d’amore? Ad esempio, quanti comunisti si sono innamorati, che so?, di ex allieve delle Orsoline, all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica?

      Aveva ragione Jacopo Belbo, non c’è che dire, mentre, sordo alla saggezza della sua amata Lia, Pim Casaubon perdeva il senso della Ragione correndo insieme a Diotallevi dietro un Piano che non esisteva ma che, come tutte le cose che non esistono, era destinato, come l’ira funesta di Achille, ad addurre infiniti lutti ma questa volta non agli Achei ma ai polli che credono che dietro i misteri non ci sia il nulla ma qualcosa che consentirebbe di conquistare il mondo.

      Jacopo Belbo che, finalmente libero da complessi e frustrazioni, finalmente libero da Lorenza Pellegrini, muore con stoica ironia invitando a levarsi il tappo dal culo tutti i palloni gonfiati del mondo, occultisti ed esoteristi, neotemplaristi e bigotti reazionari ascoltatori di Radio Maria, il signor Garamond e l'Agliè alias pseudo San Germano, Bernardo Gui e la faccia da tapiro, liberisti egoisti e rivoluzionari duri e puri, populisti e titolari di blog spargitori di odio, antisemiti di destra e di sinistra, giustizialisti di destra e di sinistra, evasori fiscali e furbetti che piangono falsa miseria.

      E io, burattinaio di parole, che non mi perdo né dietro a un primo sole né a un'ultima luna, che non mi prende alcuna assurda nostalgia nel vedere in strada Samantha e Andrea che si lasciano, inviterei anch'io tutti i palloni gonfiati del mondo a levarsi il tappo che portano infisso nello sfintere.

      Lascio ai palloni gonfiati il losco potere di opprimere gli apocalittici e gli integrati, i polli e i pecoroni da plagiare. E mi affido, nelle mie effimere previsioni del futuro, all’ottica di un’opera aperta codificata in un diario minimo in cui c’è posto anche per la contessa Maria Teresa Balbiano d’Aramengo, mentre la fenomenologia di Mike Bongiorno viene insegnata al DAMS di Bologna in un seminario tenuto dal professor Pistolazzo Pistolazzi in collaborazione col commendator De Gubernatis e con Adeodato Lampustri, e il premio letterario “Petruzzellis della Gattina” viene assegnato a Valentino Rossi.

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