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Libdemsupalpino Gian Contardo Colombari
Pseudoarcheologia da film
post pubblicato in Diario, il 17 settembre 2016

Da qualche decennio nei film di avventura si è delineato un sottogenere che può essere definito archeologico o, per meglio dire pseudoarcheologico.

Intendiamoci: non ho alcunché in contrario a film come quelli che vedono come protagonisti Indiana Jones o Lara Croft e a serie come Relic Hunter o Jack Hunter. Anzi, a me piacciono.

Tuttavia, rischiano di fornire un pessimo servizio all'archeologia in particolare e alla ricerca scientifica in generale.

L'archeologia, infatti, è materia complessa, metodica, certosina, non certamente da eroi che assomigliano più ad agenti segreti superallenati che a studiosi che, prima ancora che negli scavi, si cimentano con testi e che, se fanno delle scoperte, le catalogano con assoluto rigore scientifico e mettono i loro studi a disposizione dei colleghi per una indispensabile verifica sperimentale. Senza tener conto del fatto, poi, che al giorno d'oggi le campagne di scavo vengono studiate a tavolino e la scelta dei siti non avviene più in modo empirico, cioè con intuizioni che possono anche rivelarsi esatte, come avveniva ai tempi di Heinrich Schliemann.

Così come è errata l'immagine che film e telefilm danno dell'archeologo "tuttologo", che si muove da esperto tanto nei siti egizi quanto in quelli maya, tanto nei siti greci quanto in quelli inca. Un archeologo, di solito, è specializzato in un solo ramo ed è già tanto che di quel ramo conosca quasi tutto, dai reperti rinvenuti nel corso dei secoli, alle epigrafi e ai testi antichi, alla sempre più vasta bibliografia, agli strumenti di ricerca e di analisi scientifica che la moderna tecnologia mette sempre di più a disposizione. Certo, per sua cultura e piacere personale, un egittologo potrà anche avere un'eccellente conoscenza delle civiltà precolombiane, così come un etruscologo potrà averla della civiltà della Magna Grecia, ma entrambi non saranno specialisti delle discipline che seguono a tempo perso.

Una realtà, quella dell'archeologo studioso, molto diversa dall'ambientazione avventurosa in cui cinema e televisione spesso lo collocano.                                 

Juri Bossuto "Un gatto nel cuore di Torino" Ed. Il Punto
post pubblicato in Diario, il 25 dicembre 2014
Le fondamenta del libro di Juri Bossuto risiedono nel sottotitolo: "Una storia vera".
Raccontata con mirabile stile e azzeccatissimo amalgama di emozioni e stati d'animo: l'amore per gli animali, l'amore per gli umani, la tristezza ma anche l'ironia e, ancor di più, l'autoironia.
Juri Bossuto si rivela già da questa sua prima opera di narrativa scrittore, anzi, Scrittore con la "s" maiuscola.
Emozioni e sentimenti che in questo libro non sono affatto disgiunti da un'accuta analisi e da un'altrettanto lucida denuncia degli egoismi e delle ingiustizie che alloggiano nella società odierna: egoissmi individuali e ingiustizie sociali che purtroppo si mescolano benissimo fra loro, in una sorta di triste attrazione da affinità elettive. Speriamo che, nella scomposizione degli elementi basilari che costituiscono la società umana, anche gli altri due ed opposti "mattoni sociali", l'altruirmo e la solidarietà possano un giorno provare la stessa attrazione e fondersi in una solida e valida alternativa.
Era (nome che in albanese significa "vento"), è la gattina randagia protagonista di questo libro. Col suo arrivo nel cortile di un palazzo del centro storico di Torino, realizza una sorta di miracolo, naturalmente un miracolo laico, immanente, sociale: l'affetto che quasi tutti i condomini le portano riesce a fare svanire antipatie individuali e distanze sociali, e li porta ad abbattere quel muro di indifferenza, se non addirittura di diffidenza, che li isolava gli uni dagli altri, portandoli a parlare fra di loro, a scambiarsi opinioni, forse anche a dialogare; di sicuro, a non considerare più il vicino di pianerottolo o l'inquilino del piano di sotto come un potenziale nemico.
Il libro è da leggere, "gustare", ponderare dall'inizio alla fine, per cui ogni ulteriore anticipazione sulla trama rischia di essere inutile, se non fuorviante. Consiglio al lettore di acquistarlo: ne vale veramente la pena.
Concludo con due accostamenti cinematografici.
Juri Bossuto si domanda a un certo punto se sia il caso di provare per la perdita di un animale lo stesso dolore che si prova per la morte di una persona cara. Mi viene al riguardo in mente una scena del film "Una fidanzata per papà" nella quale il bambino (Ron Howard), che ha perso la mamma da qualche giorno, esplode in urla di disperazione quando vede nella boccia di vetro il suo pesce rosso morto e il padre (Glen Ford) si arrabbia tantissimo, sfogandosi con la vicina di casa: "Gli è morta la madre e tutto sommato ha reagito con forza, e ora fa tanti drammi per un pesce!". E la vicina cerca di fare capire al padre del bambino che a volte si sopporta una durissima prova e poi si crolla per un successivo, sia pur meno crudele, colpo della vita. Ecco, forse si tratta della goccia che fa traboccare il vaso, del piccolo graffio che apre una falla in una diga dopo ripetuti colpi di piccone. A prescindere, naturalmente, dalla citazione che Bossuto fa della frase di Montalban: "Non esistono dolori piccoli, esistono solo dolori".
Il secondo film che può essere accostato a "Un gatto nel cuore di Torino" è "Le donne del 6.o piano" (con un sempre bravissimo Fabrice Luchini, non a caso uno degli attori più scritturati per i film di Eric Rohmer). Ambientato in un palazzo dell'alta borghesia della Francia del 1960, ne "Le donne del 6.o piano" si trova la stessa stratificazione sociale e "abitativa" del condominio in cui è ambientato il libro di Bossuto: ai piani bassi i ricchi proprietari (retaggio di epoche in cui non eravano stati ancora inventati gli ascensori e quindi le famiglie abbienti abitavano ai piani che necessitavano di fare meno gradini di scale per essere raggiunti) e all'ultimo piano (il sesto, nel caso del film) il personale domestico, quelle donne che una volta, con linguaggio crudele ma almeno scevro da ipocrisie successive, venivano definite "la servitù".
Ogni bel libro può suggerire analogie con film altrettanto belli.
E "Un gatto nel cuore di Torino" di Juri Bossuto è un libro non solo bello ma bellissimo.
Alla sua prima esperienza come narratore Bossuto ci ha già fatto questo splendido regalo. Aspettiamo fiduciosi i suoi prossimi libri, che sicuramente consolideranno la sua caratura di Scrittore con la "s" maiuscola.
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