.
Annunci online

Libdemsupalpino Gian Contardo Colombari
Rimarrai nel mio cuore, musa Renée
post pubblicato in Diario, il 31 marzo 2017

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come un fiore appena sbocciato e crudelmente tranciato dal Destino, come un fiore che mai appassirà, innaffiato dal culto del ricordo.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come fresca e limpida rugiada che rinfrancava i prati del mondo e che troppo presto ha smesso di permeare di sé le zolle della Terra,

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come un angelo che ci ha dato l'immensa gioia della sua presenza, della sua troppo breve presenza, e che ora è volato nel celeste Cielo dei Poeti.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come un sorriso perenne, che mai conoscerà l'ombra della notte, l'ombra del tramonto, e che illuminerà il pensare a te.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come una primavera interrotta a metà, che non potrà conoscere la passione dell'estate, la maturità dell'autunno e la saggezza dell'inverno.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

coi doni dei tuoi scritti, dei tuoi libri, e col vuoto di quelli che la vita non ti ha dato il tempo di scrivere.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

come ispiratrice di versi, come amante della cultura e, soprattutto, come amica.

 

      Rimarrai nel mio cuore, musa Renée,

e se nelle sere di primavera, guardando l'orizzonte, il mio viso sarà inondato dalla fresca brezza, per me sarà come ricevere dalle tue ali l'etereo conforto di una carezza.

 

Alla luminosa memoria di Renata Di Leo (Renée).

    


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. racconti letteratura neruda renata di leo

permalink | inviato da libdemsub il 31/3/2017 alle 14:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
OSSESSIVAMENTE VIOLA. Il nuovo capolavoro di Renata Di Leo
post pubblicato in Diario, il 3 dicembre 2016



Ossessivamente Viola, l'ultima fatica letteraria di Renata di Leo, ha tutti i requisiti per riscuotere un enorme successo di pubblico e di critica.

E' un libro avvincente, che lascia il lettore incollato alle pagine dall'inizio alla fine: un libro che si legge tutto d'un fiato.

Come gli affermatissimi bestsellers di un Dan Brown o di un Ken Follett.

Con in più una qualità più unica che rara: quello che molti affermati romanzieri dicono un decine di pagine, Renata Di Leo lo dice in poche pagine. Solo i grandi scrittori riescono a comunicare in poche frasi quello che vogliono trasmettere al lettore, a cominciare da quelle cose difficilissime da descriversi che sono le emozioni e i sentimenti. Renata Di Leo ci riesce, in modo impeccabile e talvolta anche commovente.


La letteratura è iperbole, volo pindarico, metafora emozionale della vita e ne rappresenta sul palcoscenico delle pagine non solo i misteri e gli imprevisti ma anche l'evoluzione e l'esperienza di sé e del mondo. Ossessivamente Viola è quindi un mirabile esempio di opera letteraria. E costituisce inoltre una convincente tappa di crescita e di perfezionamento dell'Autrice, che alla sua terza esperienza narrativa non solo conferma il suo grande talento ma dà di esso una prova più matura, più nitida, più incisiva, in attesa di ulteriori passi lungo il cammino dell'arte della scrittura.


Partendo dall'ultimo racconto, volutamente lasciato a metà, del suo precedente libro Ho sognato Pablo, l'Autrice di Ossessivamente Viola ci regala un'altra raccolta di racconti, questa volta però uniti da due personaggi presenti in tutti: Viola, appunto, giornalista; e il commissario Ferry, che di volta in volta le racconta i casi e le storie di cui è venuto a conoscenza, spesso nel corso delle sue indagini.

Le trame noir dei racconti, costruiti da Renata Di Leo con pochi e precisi tratti come un pittore geniale fa emergere un'opera d'arte con pochi e precisi tratti di pennello, non devono però trarre in inganno: dietro storie tragiche si dipana a poco a poco quello che a mio parere costituisce l'universo creativo dell'Autrice e cioè i sentimenti, l'amore e anche l'eleganza del vivere.

Il libro, si diceva, comincia con l'ultimo racconto di Ho sognato Pablo: in una torrida giornata d'agosto, in una Londra deserta, uno stalker comincia a infastidire e impaurire Viola. Anche questa volta il racconto si interrompe a metà, per lasciare il posto a un flashback dei tre anni precedenti durante i quali il commissario Ferry aveva fatto alla sua amica giornalista i suoi resoconti, più o meno romanzati, degli episodi a cui aveva assistito.

Piacere di gustare ognuno di questi capitoli, quello che attende il lettore di Ossessivamente Viola. Ma anche necessità di prestare attenzione ad ogni passo del libro, per chi è appassionato di thriller, perché ... un indizio rivela l'identità dello stalker che terrorizza Viola.

Alla fine del volume, riprende il racconto iniziale e lo stalker ... be', non è giusto anticipare il finale.

Così come non è corretto rivelare quali sviluppi avrà l'amicizia tra Viola e il commissario Ferry.


Ossessivamente Viola è un capolavoro da non perdere, un libro che non può e non deve mancare nelle librerie dei Lettori, quelli con la "l" maiuscola.


Renata Di Leo

Ossessivamente Viola

Mediaprint Editrice, 2016

pp. 236, 20 €


Chi è su Facebook può prenotare il libro mandando un messaggio al profilo dell'Autrice "Renata Di Leo".

Chi non è su Facebook o preferisce usare un altro canale, può mandare un'e-mail all'indirizzo di posta elettronica renatadileo@virgilio.it.

L'Autrice chiederà l'indicazione di un recapito postale a cui spedire la copia o le copie del libro. Inoltre, verrà richiesto di specificare la modalità di pagamento.

Nella busta, insieme al libro, i lettori troveranno l'indicazione del codice iban e degli altri dati necessari per effettuare il pagamento tramite bonifico bancario oppure quelli per pagare con Postepay o con altre modalità.


Ahi, serva Torino, di barbarie ostello!
post pubblicato in Diario, il 25 ottobre 2016

Ahi, serva Torino, di barbarie ostello,

luogo senza cultura e d'ignoranza,

cittade di provincia e bordello!

 

Vendesti la virtù all'arroganza

di chi ahimè lo amor del bello

calpestò con scriteriata tracotanza.

 

Perdesti la gran fiera del volume

stampato, che ti avea procurato

gran lustro ed internazionale lume

 

di Comun al testo scritto ancorato;

e poi venisti sparsa del lordume

del veder da te Manet allontanato.

 

A te rimase lo grande fiume Po

dall'alghe tristemente ricoperto,

mentre erbacce pseudo rococò

 

l'auliche piazze ebber per concerto;

in te totale incuria trionfò

ed il declin successo ebbe certo.



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. cultura barbarie alghe po letteratura dante torino

permalink | inviato da libdemsub il 25/10/2016 alle 18:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
"I promessi sposi" romanzo della sfiga?
post pubblicato in Diario, il 11 maggio 2016

      Umberto Eco sosteneva in Opera aperta che uno scritto potesse essere interpretato liberamente e in tutti i modi possibili dai lettori, tesi questa parzialmente rettificata nel suo successivo saggio I limiti dell'interpretazione.

     Diciamo che un'eccessiva libertà di interpretazione se la presero i critici letterari marxisti, quando videro nella folla e nelle traversie di Renzo e Lucia i simboli del proletariato oppresso. Niente di più infondato: Renzo e Lucia appartenevano a quella classe di contadini-operai piccoli proprietari terrieri che nei secoli successivi non sarebbe di sicuro stata su posizioni rivoluzionarie, mentre la folla, soprattutto quella della rivolta del pane a Milano, non aveva nulla di quella coscienza di classe acquisita che secondo i canoni marxisti caratterizza il proletariato. Anzi, in parecchi passi il Manzoni, pur stando dalla parte dei poveri, denuncia lucidamente la strumentalizzazione della rabbia popolare e il rischio che la gente cada in quelle che oggi chiamiamo derive populiste.

      Fermo restando, dunque, che I promessi sposi sono e rimangono un romanzo della fede e che ha come protagonista principale la Divina Provvidenza, proviamo, a puro gioco letterario, a vederlo anche come romanzo in cui la sfiga si accanisce contro alcuni protagonisti.

     Prendiamo il povero don Rodrigo. Organizza il rapimento di Lucia, manda in paese i suoi bravi guidati dal Griso e che succede? Che Lucia, Renzo e Agnese se ne vanno da don Abbondio per cercare di fregarlo col matrimonio a sorpresa e così il Griso e compagni si recano alla casa di Agnese per rapire Lucia e non trovano quella che Manzoni chiama "la povera giovane".

     E Renzo? Va a Milano il giorno della rivolta del pane, dà una mano a Ferrer a difendere l'ordine costituito contro i facinorosi, poi fa un discorso sconclusionato che lo fa passare per un facinoroso e sfugge per un pelo all'arresto con l'accusa di essere uno dei capi della rivolta.

     Quando poi tornerà a Milano, con l'epidemia di peste in corso, verrà scambiato per un untore e rischierà il linciaggio da parte della folla.

     Va cioè due volte a Milano e in entrambe le occasioni rischia grosso. Probabilmente non si recherà più a Milano.

     Il rapimento di Lucia, quello che riesce ad opera dell'Innominato, è addirittura caratterizzato da una triplice sfiga, attinente alla conversione di quest'ultimo:

            a) sfiga di don Rodrigo e pure beffarda: Lucia è finalmente stata rapita ma l'Innominato si ravvede e, nisba, la ragassuola gli sfugge anche stavolta, perché viene subito liberata;

           b) sfiga di Renzo: Lucia viene liberata dall'Inno minato e sembrerebbe tutto a posto ma la ragassuola nella notte ha fatto voto di castità e non potrà più sposare Renzo; per fortuna, fra' Cristoforo con la sua profonda cultura teologica riuscirà a convincerla che quel voto non ha valore (infatti, non ha raggiunto il quorum per rendere valida l'abrogazione della promessa di matrimonio);

            c) sfiga di Lucia: fa voto di castità e il giorno dopo l'Innominato si converte (non poteva, quest'ultimo, convertirsi la sera, quando la vide, anziché il giorno dopo, quando si recò dal cardinal Federigo?).

     Romanzo della sfiga, dunque, I promessi sposi? Non esageriamo: sono e rimangono il romanzo della fede e della Divina Provvidenza. Anche perché, come ci insegna l'Eco più maturo, la libertà dell'interpretazione ha pur sempre i suoi limiti.

Improvvisazioni echiane
post pubblicato in Diario, il 20 febbraio 2016

      Dedico questo mio scritto, risalente a qualche anno fa, alla memoria di Umberto Eco, scomparso ieri.

 

      Lorenza Pellegrini giocava a flipper col pube: provocatoria manifestazione delle frustrazioni di Jacopo Belbo, che ancora pensava alla tromba di latta di quand’era bambino.

      Guerra partigiana nel Monferrato, guerra di Liberazione su cui oggi giornalisti con false lacrime di coccodrillo sputano sentenze e menzogne per fare gli antidivi, per far credere di essere politically uncorrect. Ma la vera guerra, fatta di eroi, è quella vista da Jacopo Belbo e dalla regina Loana, la cui lunga fiamma continua a illuminare la memoria storica di chi non vuole abboccare a fraudolenti e comodi revisionismi.

      Monferrato solcato e segnato dai passi semiscalzi di Adso da Melk e di Guglielmo da Baskerville, e prima di loro da Baudolino e da Aleramo Scaccabarozzi detto il Ciula.

      Jacopo Belbo all’inseguimento dell’amore impossibile di quella pigliaculo di Lorenza Pellegrini. Baudolino e la sua grande storia d’amore sulle strade del Prete Gianni. Adso da Melk e il suo fugace eppur splendido amplesso con la rosa, la sconosciuta ragazza che stava sfuggendo al disgustoso coito bramato dal lussurioso ex dolciniano Remigio da Varagine. Guglielmo da Baskerville che cerca di rimuovere dall’animo di Adso l’assurdo senso di colpa per avere giaciuto con la rosa, per essersi per una volta concesso la libertà di vivere e agire da uomo; Guglielmo da Baskervilleche ama l’unico amore che non tradirà mai, i libri. Roberto che coltiva davanti all’isola del giorno prima la sua gelosia per l’immaginario Ferrante, gemello immaginario immaginato ad insidiargli il suo immaginario Grande Amore.

      Tutti amori che si dipanano, che si tessono sulla trama del Tempo, sulla trama del Fato, sulla trama del Piano, vanamente inseguito da pazzi furiosi che sognano di dominare il mondo.

      Ci si innamora davvero per un brutto scherzo di quello stronzetto di Cupido? O non ci si innamora, piuttosto, perché ci si vuole innamorare, per riempire un vuoto con un intervallo di dolcezza odi passione, per rispondere al bisogno inconscio (e masochista) di scacciare inconsciamente un dolore con un dolore ancora più grande, più atroce, quale indubbiamente danno le pene d’amore? Ad esempio, quanti comunisti si sono innamorati, che so?, di ex allieve delle Orsoline, all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica?

      Aveva ragione Jacopo Belbo, non c’è che dire, mentre, sordo alla saggezza della sua amata Lia, Pim Casaubon perdeva il senso della Ragione correndo insieme a Diotallevi dietro un Piano che non esisteva ma che, come tutte le cose che non esistono, era destinato, come l’ira funesta di Achille, ad addurre infiniti lutti ma questa volta non agli Achei ma ai polli che credono che dietro i misteri non ci sia il nulla ma qualcosa che consentirebbe di conquistare il mondo.

      Jacopo Belbo che, finalmente libero da complessi e frustrazioni, finalmente libero da Lorenza Pellegrini, muore con stoica ironia invitando a levarsi il tappo dal culo tutti i palloni gonfiati del mondo, occultisti ed esoteristi, neotemplaristi e bigotti reazionari ascoltatori di Radio Maria, il signor Garamond e l'Agliè alias pseudo San Germano, Bernardo Gui e la faccia da tapiro, liberisti egoisti e rivoluzionari duri e puri, populisti e titolari di blog spargitori di odio, antisemiti di destra e di sinistra, giustizialisti di destra e di sinistra, evasori fiscali e furbetti che piangono falsa miseria.

      E io, burattinaio di parole, che non mi perdo né dietro a un primo sole né a un'ultima luna, che non mi prende alcuna assurda nostalgia nel vedere in strada Samantha e Andrea che si lasciano, inviterei anch'io tutti i palloni gonfiati del mondo a levarsi il tappo che portano infisso nello sfintere.

      Lascio ai palloni gonfiati il losco potere di opprimere gli apocalittici e gli integrati, i polli e i pecoroni da plagiare. E mi affido, nelle mie effimere previsioni del futuro, all’ottica di un’opera aperta codificata in un diario minimo in cui c’è posto anche per la contessa Maria Teresa Balbiano d’Aramengo, mentre la fenomenologia di Mike Bongiorno viene insegnata al DAMS di Bologna in un seminario tenuto dal professor Pistolazzo Pistolazzi in collaborazione col commendator De Gubernatis e con Adeodato Lampustri, e il premio letterario “Petruzzellis della Gattina” viene assegnato a Valentino Rossi.

Guccini e la memoria delle sue radici
post pubblicato in Diario, il 3 gennaio 2016

C'è un filo rosso che unisce i due fiumi che sorgono dalla fonte che è il Francesco Guccini scrittore, quei due generi letterari che sono la memorialistica e i gialli scritti a quattro mani con Loriano Macchiavelli.

Questo fil rouge è la memoria delle sue radici e della sua vita, passata fra l'Appennino Tosco-Emiliano e la Bassa bolognese.

Ogni suo libro profuma di queste radici, in un culto della memoria che va inteso non in senso religioso ma nel senso di coltivazione mirata a tenere vivi i ricordi.

E il Guccini uomo, prima ancora che cantautore e scrittore, è persona che ricorda. Non per chiudersi al futuro, s'intende, ma come manutenere delle fondamenta, una casa della memoria da cui si possa guardare fuori, al presente e al futuro e da cui, naturalmente, si possa e si debba uscire, per vivere il presente e per costruire il futuro.

Il libro di Francesco Guccini, Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto, edito da Mondadori, conferma questo fil rouge della memoria, del tener puliti i boschi dei ricordi per evitare che vengano ricoperti dalle sterpaglie dell'oblio.

Libro di memorie, certo, libro di ricordi. Come altri già scritti dal Maestrone. Mai però come in questo volume i ricordi prendono nelle pagine la forma del racconto, della narrativa, dell'opera letteraria. Anche nei capitoli più marcatamente autobiografici o di memorie di famiglia si sente l'estro del vero scrittore, che sa avvincere i lettore con uno stile che supera il sia pur rispettabilissimo metodo "giornalistico" di raccontare obiettivamente fatti e cose, con uno stile che fa sì che il ricordo scritto diventi pagina di Letteratura.

Ricordare è utile, è necessario, è fondamentale per ognuno di noi, sia nel campo personale che nella dimensione sociale. E Guccini, con questo libro, ce lo insegna in modo suggestivo ed efficace.


La porta allarmata del Kremlino. Racconto storicomico
post pubblicato in Diario, il 9 dicembre 2015
Breznev era già il leader incontrastato dell'Unione Sovietica.
Per ragioni di sicurezza, il Politburo decise di far mettere un allarme alla porta che dava sul corridoio sotterraneo che dal Kremlino conduceva alla Lubianka, la sinistra sede del K.G.B.
Fino ad allora, davanti alla porta stazionava dietro a una scrivania un funzionario del Partito che prendeva nota dell'identità di tutti coloro che avevano l'abilitazione a recarsi alla Lubianka esibendo apposito tesserino.
Con l'introduzione dell'allarme elettronico, la pesante porta in legno massiccio rinforzata con borchie di ferro venne sostituita da una porta metallica dotata di maniglioni antipanico. Chi avesse voluto inoltrarsi nel corridoio avrebbe dovuto prendere il badge di cui era stato dotato e strisciarlo in un lettore attaccato a una delle pareti; la luce sopra la porta, di solito di colore rosso, sarebbe diventata verde ed egli (o ella) avrebbe avuto 30 secondi di tempo per spingere il maniglione, aprire la porta ed entrare senza far scattare l'allarme.

E venne il giorno in cui la porta allarmata entrò in funzione.
Verso mezzogiorno, Breznev entrò nella sua segreteria e disse ai presenti: "Vado un attimo alla Lubianka a vedere quali dissidenti stanno mettendo sotto torchio oggi". E uscì.
Dopo nemmeno cinque minuti in tutto il Kremlino sì sentì un lacerante suono di sirene: "Vuuuuuuuuuuuh! Vuuuuuuuuh! Vuuuuuuuh!".
E subito dopo ecco ricomparire, tutto trafelato, Breznev nella sua segreteria e ordinare: "Presto! Avvertite i servizi di sicurezza che non è successo niente, che è stato solo un falso allarme!".
Cos'era successo? Semplice: il numero uno del Kremlino, la guida illuminata del comunismo mondiale, il compagno Leonida Breznev si era dimenticato che quel giorno la porta avrebbe iniziato ad essere allarmata e l'aveva aperta spingendo il maniglione senza strisciare il  suo badge nell'apposito lettore.
Ovviamente, tutti i presenti della segreteria capirono subito la dinamica dell'accaduto e, quando il compagno segretario generale ebbe lasciato la stanza, sfidando le eventuali cimici installate dal K.G.B. intonarono il tradizionale coro da stadio: "Sce-mo, sce-mo! Sce-mo, sce-mo!".

Nei giorni successivi, l'emergente Mikhail Sergeevic Gorbaciov ogni volta che passava davanti alla porta allarmata, si metteva a ridere.
Accortosi di ciò, il suo compagno di idee riformatrici Eduard Shevardnadze lo prese da parte e gli disse: "Stai attento, Mikhail, posso capire che Breznev ha rimediato l'ennesima figura di merda ma è ancora lui il capo e può essere pericoloso per te se venisse a sapere che ridi per questa pirlata".
"Hai ragione, Eduard, ma non rido tanto per questo ma perché ho azzeccato una previsione."
"Sarebbe a dire, Mikhail Sergeevic? Spiegati meglio: è un po' strano che qualcuno rida perché i fatti gli hanno dato ragione."
"Dunque, Eduard, quando nei giorni passati stavano installando la porta allarmata, passandoci davanti mi chiedevo: 'Chissà chi sarà il primo coglione che farà suonare l'allarme per sbaglio?' . Ora lo so, ora lo sappiamo tutti."
"In effetti, - chiosò beffardamente Shevardnadze, - il primo coglione dell'Unione Sovietica è proprio Breznev."

HO SOGNATO PABLO. Il nuovo libro di Renata Di Leo
post pubblicato in Diario, il 26 maggio 2015

Non lo nego affatto: per me Renata Di Leo è una dea, una Musa, una Erato dei nostri tempi. Ispiratrice di pensieri, di riflessioni che spesso assumono forma di poesie.

Renata Di Leo è un archetipo di poesia, fonte a cui i poeti attingono ispirazione per i loro versi, con l'ambizione, forse con la presunzione, di renderli degni di lei.

Cosa può fare una Musa umana, in carne ed ossa, per dare lo spunto a quel mettere in forma di sensazioni ed emozioni che è la poesia? Scrivere, naturalmente.

Renata Di Leo ha la caratteristica, la mission stabilita all'origine dei tempi da un demiurgo benevolo, di ispirare letteratura anche solo con un suo post di poche parole su un social network: potenza degli spiriti umanamente superiori, che non hanno bisogno di dilungarsi per trasmettere i loro messaggi, i loro suggerimenti.

E se Renata può tanto con una sola frase, immaginiamoci quale oceano sconfinato di spunti da pescare può essere un suo libro.

Ne abbiamo avuto già la prova, e che superlativa prova!, con la sua opera d'esordio, Amo nutrirmi dite, una raccolta di racconti brevi scritta a quattro mani con Massimiliano Fusai o, per meglio dire, un bellissimo volume che raccoglie i "raccontini" (mai diminutivo fu più fuori luogo!) scritti da Renata e quelli scritti da Massimiliano.

Si dice, in ambito sportivo, che un fuoriclasse è già tale a vent'anni; può sì migliorare e acquisire esperienza ma ottiene risultati strabilianti già al debutto. Or bene, Di Leo e Fusai hanno dimostrato, col loro primo libro, di essere dei fuoriclasse della Letteratura, come hanno ampiamente riscontrato critica e pubblico.

Adesso Renata Di Leo regala ai lettori il suo nuovo libro, Ho sognato Pablo, questa volta scritto da sola. Anch'esso è una raccolta di racconti brevi, autentiche perle letterarie che vanno a comporre il collier del libro.

Il titolo del volume è un evidente omaggio al grande scrittore cileno, il poeta preferito dall'Autrice: uno scrittore la cui potenza poetica respira anche nelle pagine di Renata, in virtù dell'affascinante forza dell'emulazione infusa negli scrittori dalla lettura delle opere dei loro autori prediletti.

Ho sognato Pablo è la conferma del talento di autrice di Renata Di Leo, già emerso in tutta la sua potenza narrativa ed eleganza di scrittura nella sua precedente opera, con in più l'inevitabile miglioramento che per ogni autore deve sempre scaturire ad ogni suo nuovo libro come prova di costante maturazione: un esame di Laurea superato a pieni voti. E con lode. E anche con dignità di stampa, se mi si consente il doppio senso tra voto accademico e pubblicazione editoriale.

Emozioni, sensazioni, sentimenti, esperienze di vita sono anche in questo volume magistralmente indagate ed esposte. Come ogni Scrittore con la "s" maiuscola, Renata Di Leo non ha alcun bisogno di dilungarsi per raccontare una storia: le sono sufficienti poche pagine e comunica in tutta la sua efficacia quello che vuol fare sapere al lettore.

La vita è fatta di cose belle e cose brutte, eventi felici ed eventi infausti, storie a lieto fine e storie che invece il lieto fine non hanno: l'Autrice la indaga in ogni racconto con somma maestria e con grande padronanza di stile.

Un'altro aspetto della bravura di Renata Di Leo trova piena conferma in Ho sognato Pablo: l'eleganza. Quell'eleganza di scrittura che trova il suo specchio fedele nei personaggi e negli ambenti descritti nei racconti della raccolta.


Nel film Operazione Sottoveste, l'ufficiale di Marina Nick Holden (Tony Curtis) dice all'infermiera Barbara Duran: "Non si avvolgono gioielli in carta di giornale". E così non si poteva avvolgere quell'autentico gioiello letterario che è Ho sognato Pablo in un formato cartaceo che non gli fosse consono.

Il libro è, dunque, graficamente molto ben curato: carta patinata, pagine colorate, 40 foto all'altezza del valore del testo. Il risultato, senza tema di esagerare, è semplicemente strabiliante.

Un volume da non perdere da parte di chi ha o voglia avere in casa una Biblioteca con la "b" maiuscola.


Ho sognato Pablo è davvero un libro da raccomandare a tutti quei lettori che cercano nell'immersione nel mare delle pagine qualcosa di bello, raffinato, elegante; qualcosa di interessante e che faccia riflettere per comprendere gli altri e anche se stessi; qualcosa che sposi in piena armonia letteratura evita.

 

Questa prefazione avrebbe dovuto essere scritta da Osvaldo Contenti: un Amico, mio e di Renata, un grande artista e una persona meravigliosa. Purtroppo, Osvaldo è venuto a mancare nel luglio del 2014. Io e Renata abbiamo stretto amicizia proprio in occasione di quel lutto.

Considerando che Osvaldo Contenti e i suoi dipinti mi avevano ispirato molti componimenti (scherzosamente lo chiamavo "il mio Muso ispiratore") e che poi è toccato a Renata e alle sue frasi fornirmi spunto per nuove poesie, voglio credere che sia stato lui, Osva, dal Posto Bellissimo dov'è andato, a guidarmi silenziosamente verso l'amicizia con Renata Di Leo, a indicarmi in lei, come in una staffetta letteraria, una nuova fonte cui ispirarmi.

Anche questa presentazione vuole essere una staffetta: ho, sia pure indegnamente, raccolto il testimone da Osvaldo per fare ciò che egli non ha potuto fare ossia introdurre il lettore al nuovo capolavoro di Renata Di Leo, Ho sognato Pablo.

 

Renata Di Leo

Ho sognato Pablo

Mediaprint Editrice, 2015

pp. 204, 18 €

 

Chi è su Facebook può prenotare il libro mandando un messaggio al profilo dell'Autrice "Renata Di Leo" .

Chi non è su Facebook o preferisce usare un altro canale, può mandare un'e-mail all'indirizzo di posta elettronica renatadileo@virgilio.it

L'Autrice chiederà l'indicazione di un recapito postale a cui spedire la copia o le copie del libro.

Nella busta, insieme al libro, i lettori troveranno l'indicazione del codice iban e degli altri dati necessari per effettuare il pagamento tramite bonifico bancario oppure con Postepay o con altre modalità.


Ricordo del professor Sante Demicheli
post pubblicato in Diario, il 19 gennaio 2015

      Il prof. Sante Demicheli fu mio insegnante di Storia e Geografia in Terza Media, e tanto è il mio affetto di ex allievo e tanta la mia gratitudine per lui che, d’ora in avanti, lo chiamerò Sante, come si può fare per il carissimo amico che poi è effettivamente diventato per me dopo le Medie Inferiori.

      Sante entrò nella mia vita in Terza Media come insegnante di Storia e Geografia.

      Quello della Terza Media Inferiore fu un anno scolastico molto importante per la mia crescita intellettuale, quello in cui maturò l’interesse per la politica (ricordo l’entusiasmo con cui, nelle lezioni e nello studio della Storia, feci la scoperta della Rivoluzione russa, che allora sembrava a molti l’alba di un nuovo avvenire per l’Umanità, salvo poi rivelarsi un tragico incubo) e la passione civica; furono nove mesi che si aprirono immediatamente dopo il golpe di Pinochet in Cile e di fatto si conclusero col referendum sul divorzio, passando attraverso la strage fascista di piazza della Loggia a Brescia. Un anno scolastico in cui Sante fu la mia guida, un po’ come, se mi si perdona la metafora letteraria, Virgilio lo è stato per Dante nella Divina commedia.

 

Quello fu anche un anno scolastico travagliato per la nostra frequentazione scolastica. Lo iniziammo facendo i doppi turni (alla nostra sezione era stato assegnato quello pomeridiano), perché alla “Massari” erano in corso dei lavori di ristrutturazione, che si protrassero fino alle vacanze di Natale. Lavori che evidentemente vennero effettuati con somma perizia, visto che, pochi mesi dopo, al ritorno dalle vacanze di Pasqua venimmo mandati a casa perché la scuola era pericolante, con tanto di calcinacci che cadevano dai soffitti. Facemmo un paio di settimane di vacanza in più, fino a quando trovammo ospitalità, anche qui con la formula dei doppi turni, alla Scuola Media “Fenoglio”, situata a circa dieci minuti di auto dalla “Massari” (avremmo potuto trovare ricovero in una scuola molto più vicina, ubicata in via Acciarini, ma il preside di quest’ultima, una delle poche dove si stava sperimentando il tempo pieno, egoisticamente non volle rinunciare per un paio di mesi al tempo pieno e non ci ospitò).

      Finimmo dunque l’anno alla “Fenoglio”, andando a scuola di pomeriggio con un servizio di pullman che dalla “Massari” ci portava alla nuova scuola per poi fare il percorso inverso al termine delle lezioni. Tempo poche settimane di doppi turni e si stette di nuovo a casa per il referendum sul divorzio (io, per giunta, mi presi pure una brutta influenza, con tanto di ricaduta, e tornai a scuola una quindicina di giorni dopo il previsto rientro). In parole povere, quell’anno di scuola ne frequentammo davvero poca. Ma torniamo a Sante.

 

      Inconfondibile era il suo aspetto fisico. Con i baffi e il pizzo tagliati corti e i capelli che portava ugualmente corti, assomigliava in modo impressionante a Lenin; era, in parole povere, un Lenin più alto e più robusto rispetto all’”originale” russo.

      La cosa che di Sante balzava subito all’attenzione nel vederlo era la sua naturale eleganza, non solo nel vestire ma anche nel portamento; un bidello della “Massari”, Abele Guidetti, disse di lui: “Anche se fosse vestito di stracci, farebbe lo stesso la figura del signore”.

 

      Mi ricordo ancora come fosse ieri la prima lezione di Sante, quella in cui, all’inizio dell’anno scolastico, di solito un professore si presenta ai suoi nuovi studenti. Il senso delle parole di Sante fu questo: ognuno deve pensare e agire con la propria testa, e non seguire ciecamente gli altri. Ci fece due esempi, da non seguire.

      Il primo fu quello della pubblicità, che martella la gente fino a quando questa non cede e compera il prodotto reclamizzato. “Vi parlano di una lavatrice, - ci disse fra l’altro, - e non la smetteranno fino a quando voi non l’avrete acquistata”. E dire che allora, nell’autunno del 1973, la pubblicità non aveva raggiunto né la finezza persuasiva né la caratteristica di “bombardamento a tappeto” che al giorno d’oggi hanno gli spot televisivi!

     Il secondo esempio lo trasse dalla sua vita e precisamente dall’epoca in cui, da ragazzino, andava a portare al pascolo nelle campagne del Pavese le oche dei suoi genitori. Ci raccontò che una volta, in mezzo al sentiero che stava percorrendo, vide una pentola, tutta arrugginita; l’oco maschio, che guidava il piccolo branco, ci passò sopra e si graffiò il sedere mettendosi a starnazzare per le sensazioni non proprio di piacere che aveva provato; subito dietro di lui, le altre oche, anziché usare il cervello e deviare il loro cammino per passare ai lati onde evitare l’utensile domestico arrugginito, lo imitarono nel passare sopra la pentola e anch’esse si scorticarono il fondoschiena. Il messaggio che Sante volle mandarci era chiaro: “Non fate come quelle oche; se qualcuno che state seguendo prende una strada sbagliata, smettete di seguirlo”.

      Non credo tuttavia che allora molti miei compagni abbiano capito subito il vero senso delle parole di Sante, e penso che durante quella prima lezione i più siano stati “catturati” dalle sue continue battute ironiche senza cercare di afferrarne il significato. Tant’è che il giorno dopo Riccardo se la prese con quei nostri compagni di classe che stavano ancora ridendo per qualche motto spiritoso di Sante e disse loro: “Voi ieri non avete fatto altro che ridere aspettando la sua battuta successiva”.

 

      Ci bastarono poche settimane per renderci conto che Sante era ferratissimo su ogni argomento. Una mattina un mio compagno di classe, riferendosi al quiz televisivo allora condotto da Mike Bongiorno, chiese: “Ma perché il professor Demicheli non va al “Rischiatutto”, visto che conosce così bene ogni materia?”. La risposta, sensata, anche questa volta la diede Riccardo: “Perché i quiz televisivi non sono altro che una manifestazione di esibizionismo e un uomo come lui non vi parteciperà mai”.

 

      L’altra delle prime lezioni di Sante che mi entusiasmò maggiormente fu quella di Geografia nella quale ci spiegò il sistema solare e le galassie.

      Mi entusiasmò talmente che il sabato successivo, mentre in automobile (ovviamente non guidata da me bensì da mio padre) mi stavo recando a trovare gli zii materni nel Canavese, ripetei ai miei genitori passo dopo passo, direi quasi parola per parola, tutta quella lezione di geografia astronomica. Per la verità, non compresi la morale di quella lezione (farci comprendere che l’uomo è un punto sperduto nell’Universo, così come lo è il pianeta Terra); me lo scrisse Sante parecchi anni dopo in una sua lettera, che mi mandò in risposta a una mia missiva nella quale gli raccontavo dei ricordi più belli che avevo (e che ho) di quell’anno scolastico che in cui ebbi la fortuna di averlo come insegnante di Storia e di Geografia.

      Quella di sapere far provare entusiasmo per una materia dagli studenti è la qualità principale di un'insegnante e Sante dimostrò di possederla fin dalle prime sue lezioni.

      Sulla Geografia ricordo in particolare che Sante aveva molto a cuore la parte “politica”, istituzionale dei Paesi extraeuropei (che facevano parte del programma scolastico di Terza, mentre l’Italia aveva fatto parte del programma di Prima e i Paesi europei di quello di Seconda, entrambi svolti con grande competenza dalla prof.ssa Aggeri). Sante non si limitava ad esporci montagne, fiumi, laghi e pianure; era sua cura farci apprendere tutto dei Paesi che studiavamo, dagli usi e costumi ai sistemi economici, alle forme costituzionali e politiche, per l’appunto.

 

      A Sante potevi fare domande su qualsiasi argomento, anche se non era compreso nella “scaletta” della lezione.

      In questo senso, Sante assomigliava a un frate che egli ebbe come insegnante di Matematica al liceo. Come ci raccontò una volta, costui entrava in classe e spesso, anziché spiegare formule algebriche, si metteva a parlare di altro: Storia, Filosofia, etc. Come disse Sante: “Può darsi che di matematica ce ne insegnasse poca ma ogni volta che parlava d’altro ho imparato molto da lui”.

      Intendiamoci: Sante, a differenza di quel suo benemerito insegnante, non usciva spesso dagli argomenti previsti per le sue lezioni ma ogni vola che o l’attualità o la curiosità di qualcuno di noi suggeriva approfondimenti non rientranti nel programma scolastico, non esitava ad affrontarli e a spiegarceli.

      Posso senza ombra di dubbio affermare di avere imparato moltissime cose da Sante, sia quando le sue lezioni seguivano il programma scolastico, sia quando erano dedicate ad argomenti di attualità.

      Parlava con noi di tutto, ci spiegava ogni cosa che gli chiedessimo o che cadesse nel discorso, dall'invito che ci rivolse a leggere la Divina Commedia come un romanzo d’avventure, al di là del suo valore come opera poetica, alla poliedricità culturale di Albert Einstein.

      Sante ci informò che Einstein era anche un grande appassionato di violino. Il senso di queste parole era che non si deve sopravvalutare la “specializzazione” in una sola disciplina, che non solo gli uomini di cultura in generale ma anche i geni (e Einstein certamente lo era) non sono individui che sanno tutto di un’attività ma che hanno più interessi, tutti coltivati; che, in sostanza, si riesce bene a “specializzarsi” in un ramo solo se si coltiva la conoscenza anche di altri rami, che magari apparentemente non hanno nulla a che vedere con quello in cui si svolge l’attività professionale. Einstein, dunque, non era “una testa parziale”, tanto per ricorrere all’espressione usata da Luca Zingaretti in una delle belle trasposizioni televisive delle avventure del Commissario Montalbano, il celebre personaggio inventato da Andrea Camilleri. Col senno del poi, colgo tutto il valore pedagogico, educativo di questo discorso di Sante.

 

      Il leit motiv dell’insegnamento morale di Sante era il farci capire che dovevamo pensare con la nostra testa e non credere a quello che sentivamo se non dopo averlo verificato di persona. Il racconto delle oche al pascolo, durante la sua prima lezione di quell’anno, fu il primo di una lunga serie di inviti a non lasciarci abbagliare da tutto ciò che luccica.

      Ritornava spesso sugli effetti negativi della pubblicità. Una volta, durante una lezione di Geografia dedicata alla foresta amazzonica, ci spiegò la facilità con cui si potevano prendere delle infezioni se, attraversandola, ci si feriva con qualche spina, nel qual caso occorreva ricorrere ai disinfettanti e a un’accurata fasciatura con garze e bende, e concluse la sua esposizione dicendo: “Altro che Sal-ve-lox!”. Pronunciò l’ultima parola con la stessa intonazione usata nello spot pubblicitario dell’omonimo cerotto, spot dal quale pareva che il cerotto in questione fosse il rimedio efficace per ogni tipo di ferita. 

      Analogo ragionamento Sante volle proporci quando ci raccontò come venivano (e probabilmente vengono tuttora) presi in giro i turisti che si recano alle Hawaii e che al loro arrivo vengono accolti da leggiadre fanciulle in costumi locali che mettono loro al collo corone di fiori a mo’ di benvenuto. Gli ingenui turisti credono che vestano sempre in quel modo e che spontaneamente li vengano ad accogliere così gentilmente ma in realtà sono impiegate dei vari alberghi o enti turistici stipendiate proprio per dare il benvenuto ai turisti: terminato il loro lavoro, tornano a indossare abiti occidentali.

 

      Anche sul cinema Sante fu prodigo di suggerimenti. Una volta ci mise in guardia dalla pubblicità riguardante i film (al giorno d’oggi si direbbe dai trailers). Si stava rivolgendo ad Anita (ogni tanto si rivolgeva a uno di noi in particolare ma le sue parole erano rivolte a tutti) e le disse: “Magari ti fanno vedere qualche sequenza spettacolare e divertente, mentre il resto del film è noiosissimo oppure, al contrario, vi fanno vedere delle sequenze noiose quando tutto il resto del film è ricco di colpi di scena. Tu guardi gli spezzoni di quel film, li confronti con le frasi con cui quell’opera cinematografica viene reclamizzata e ti dici dubbiosa: “Sarà”“.

      In più occasione sentii uscirgli dalla bocca quella breve frase (“Sarà”), ogni volta che voleva esprimere i suoi dubbi su un’affermazione appena citata.

      Ci diede comunque utili indicazioni sui film che valeva la pena vedere.

      Durante una sua lezione sul Risorgimento, colse l’occasione per parlarci in termini entusiastici del film Senso di Luchino Visconti, con Alida Valli, ambientato appunto nel periodo risorgimentale. Lo vidi in seguito, per la prima volta su una rete televisiva locale tv nel 1986, sia pure oscenamente interrotto da una marea di spot, e devo convenire che si tratta di un capolavoro.

      Durante un’altra lezione ci segnalò che quella sera in tv era in programma il film Il buio oltre la siepe, nel quale Gregory Peck interpretava il ruolo di un avvocato che, nonostante l’ostilità razzista della cittadina degli U.S.A. dove viveva, difendeva un imputato di colore ingiustamente accusato di violenza carnale su una ragazza bianca. Ricordo la frase con cui Sante ci invitò a vedere quel film: “Ragazzi, guardatelo, perché una volta tanto alla televisione non danno un film orribile”.

 

      E’ sulla Storia che conservo le “pillole” più numerose della grande cultura di Sante. Elencarle sarebbe un'inutile operazione erudita. Basti dire che con Sante come giardiniere il terreno già fertile della mia passione storiografica è diventato un parco con aiuole fiorite e alberi di alto fusto.

 

      Sante ci raccontava a volte episodi della sua vita.

      Sugli anni della guerra di Liberazione Sante ci portò un suo ricordo personale, di quando, giovanissimo studente di ginnasio, con alcuni suoi compagni di classe andò a “svaligiare” un camion tedesco che trasportava formaggi destinati alle truppe; lo svuotarono letteralmente, portando via tutte le forme di parmigiano-reggiano che vi erano caricate e che poi in parte si divisero fra di loro e in pare regalarono alle altre famiglie. Sante ci raccontò della reazione allarmata della sua mamma, quando lo vide arrivare a casa con una generosa porzione di una forma e lo sentì raccontare quello che egli e i suoi compagni avevano fatto: “Ti prenderanno!”, - gli disse tutta preoccupata. E il suo non era un patema tanto infondato; tant’è vero che, la mattina dopo, quando Sante e i suoi compagni di classe andarono a scuola, videro il bidello correre loro incontro terrorizzato e dire: “Andate via, andate via! Il preside è stato convocato al comando tedesco”. Poi, per fortuna, al preside e agli alunni sospettati del furto non capitò nulla ma in quei drammatici mesi occorreva davvero poco per essere fucilati e gli efferati eccidi dei nazifascisti lo stanno tragicamente a testimoniare.

 

      Non ci fece mancare alcuni suoi ricordi degli anni dell’Università: dai titoli che avevano gli studenti a seconda dell’anno di corso che frequentavano (matricole, primo anno; fagioli, secondo; colonne, terzo; anziani, quarto) alle punizioni goliardiche che venivano comminate dagli anziani alle matricole ree di qualche “colpa”; fra queste punizioni ci elencò, ricorrendo ai termini latini usati nel mondo studentesco pavese di allora, la vascatio (la matricola veniva buttata nell’acqua gelida della fontana del collegio universitario), la materassatio (la matricola veniva avvolta in due spessi materassi, legata e buttata da una delle finestre del primo piano del collegio universitario), la lustratio (alla matricola veniva scoperto il sedere, che veniva cosparso di lucido da scarpe, dopo di che detta parte periferica del corpo veniva accesa con un fiammifero: appena acceso, sul fondoschiena veniva subito messa una coperta onde spegnere l’incendio; la pelle non subiva quindi ustioni ma per il calore il lucido da scarpe penetrava in profondità nei pori e il malcapitato che subiva questa punizione doveva lavarsi per giorni e giorni per farlo andare via) e la lustratio tota (simile alla lustratio semplice, con la differenza che ad essere interessato non era solo il sedere ma l’intero corpo della matricola, presumo con l’eccezione della testa). Oggi verrebbero definite atti di nonnismo ma negli ambienti universitari a cavallo fra gli anni ’40 e gli anni ’50 erano accettati come facenti parte delle regole del gioco.

      Rimasi impressionato dal grado di miseria e di ignoranza delle masse italiane negli anni ’50, quando Sante ci raccontò di quando, prestando il servizio militare nell’esercito col grado di caporale (che spettava di diritto ai laureati), scriveva per conto dei suoi commilitoni le lettere da spedire alle famiglie. Un episodio in particolare mi colpì: al momento di distribuire le divise e il resto del vestiario ai soldati, i graduati si raccomandavano loro di stare attenti perché maglie e altri capi di vestiario non venissero loro rubati; dopo aver ascoltato questa raccomandazione, vi fu un soldato talmente ingenuo e alla buona che, per evitare di subire questi furti, se ne stette giorni e giorni con tre o quattro maglie addosso senza mai levarsele, fino a quando i suoi superiori non se ne accorsero e gli dissero che bastava nasconderle bene anziché patire caldo e sudore nell’indossare tutti quegli strati di vestiario.

 

      Una simpatica abitudine di Sante era quella di disegnare faccette sui gessetti con la penna stilografica, durante le sue spiegazioni o quando ascoltava le interrogazioni. Ovviamente, era un modo per concentrarsi su quello che stava per dire o su quello che stava ascoltando dagli alunni.

 

      Sulle interrogazioni, Sante aveva un modo molto intelligente di procedere: non gli interessava che gli sciorinassimo sfilze di nomi e di date ma che dimostrassimo di avere capito l’argomento delle materie da lui insegnate. Ragion per cui, ad esempio per le interrogazioni di Storia, lasciava che ci portassimo dei foglietti con nomi e date e ce li lasciava consultare se ne avessimo avuto bisogno: l’importante per lui, lo ripeto, era che noi dimostrassimo di avere capito il significato di un certo evento storico.

      Era un piacere assistere alle interrogazioni di Sante, perché in esse dava una splendida dimostrazione di umanità.

      Non mi riferisco tanto al fatto, da noi studenti comunque molto apprezzato, che dava voti alti: che io mi ricordi, non diede mai ad alcuno un voto inferiore al 7. Come mi spiegò molti anni dopo in una sua lettera, la sua era una scelta deliberata e mirava a far nascere negli alunni fiducia in loro stessi ed entusiasmo per la materia in cui venivano interrogati. Qui, ovviamente, le posizioni “filosofiche” dei docenti sono diverse: c’è chi sostiene che i voti alti inorgogliscono gli studenti e li fanno cadere nella presunzione, e c’è chi invece è del parere che aiutano a far amare le materie che devono studiare. Di sicuro, la gratificazione di un voto alto, se è meritato, o di un voto non eccessivamente basso, se si dimostra di avere delle lacune nella preparazione, danno una mano a far vivere senza patemi agli alunni la verifica di un compito in classe, di un’interrogazione, di un esame.

      La vera grandezza didattica ed umana di Sante nelle interrogazioni era però un’altra: riguardava il modo con cui trattava quegli studenti che sapeva non essere molto attratti dallo studio, i cosiddetti “somari” mirabilmente difesi da Daniel Pennac nel suo bel libro Diario di scuola. Già nell’accogliere il somarello che dal suo banco si avvicinava alla cattedra, Sante faceva di tutto per metterlo a suo agio: non è esagerato affermare che lo accoglieva con gioia, contento che un suo alunno stava andando da lui per farsi interrogare. E nel corso dell’interrogazione cercava di far arrivare lo studente al nocciolo delle cose, minimizzando con lo sguardo, il tono della voce e qualche suggerimento gli eventuali suoi momenti di difficoltà.

     La stessa sua propensione a dare voti alti (non diede mai a nessuno meno di "7") nasceva, come mi confidò parecchi anni dopo in una sua lettera, non da buonismo ma dalla precisa intenzione di non demoralizzare i meno dotati nello studio, cercando di far loro provare interesse e passione anche tramite la gratificazione di un voto alto.

 

      Interessare gli studenti, appassionarli alle materie insegnate, fornendo loro con l'amore per lo studio una motivazione di vita che a volte non avevano nelle loro famiglie. Questo è il compito, anzi, la missione dei veri insegnanti.

      Ogni tanto le lezioni di Sante venivano interrotte da visite di suoi ex allievi, ragazzi di 4-5 anni più anziani di noi. Liceali in procinto di conseguire la Maturità, venivano a trovarlo per fare quattro chiacchiere con lui e informarlo dell'avanzamento del loro cursus studiorum. Era bello vedere che quei ragazzi non si erano dimenticati di lui; era bello constatare come con quelle loro visite dimostrassero di continuare a volergli bene.

      Dopo ogni visita, vedevamo Sante visibilmente contento. Pur nel rispetto di quella che di lì a qualche anno sarebbe stata chiamata privacy, egli ci diceva qualcosa dell'ex alunno o dell'ex alunna che era appena stato/a a trovarlo.

     Mi colpì il breve racconto che Sante ci fece di uno dei suoi ex alunni che era passato a salutarlo, un ragazzo che all'inizio delle Medie Inferiori aveva creato qualche problema in classe. "Aveva, - ci disse Sante di lui, - degli scatti di ribellione che sfociavano spesso in atteggiamenti clownistici. Poi, noi professori riuscimmo a farlo interessare alle materie studiate e in poco tempo divenne uno studente brillantissimo. Ancora oggi, che sta finendo il Liceo, prende voti altissimi".

 

      Io non ho avuto la fortuna di avere Sante come insegnante di Italiano e di Latino ma dalle confidenze di alunni che avevano Sante come “italianista” e “latinista” venni all’epoca a scoprire che la stessa concretezza e la stessa puntigliosità le metteva anche nel valutare gli studenti in queste due materie: giudicava i temi in base ai contenuti e non in base al numero delle pagine scritte (poteva dare un voto alto a un tema di sole due pagine ma che in quelle due pagine contenesse quello doveva contenere, e dare un voto meno alto a un tema di quattro e più pagine, delle quali però solo due fossero piene di cose da dire mentre le altre contenessero cose inutili o ripetitive o non attinenti all'argomento e inserite solo per “fare volume”, per “fare pagine”); mi dissero che col Latino era decisamente pignolo, che nei compiti in classe e nelle interrogazioni non sorvolava nemmeno sulle “inezie”, sugli errori più veniali.

 

      Quando si trattava di rimproverare qualcuno, Sante di solito ricorreva all’ironia anziché fare la voce grossa o trattare male un suo studente. Ironia che nei casi gravi sfociava nel sarcasmo.

      Con noi non è mai successo che usasse il sarcasmo per “mazzolare” qualcuno che non si fosse comportato bene; ma una volta ci disse che egli non metteva quasi mai note sul registro o sul diario degli studenti ma che, quando ciò accadeva, “metto sul diario dell’alunno delle note talmente graffianti che il giorno dopo a scuola si presentano da me i suoi genitori; ne nasce un match fra me e loro, che si conclude con un risultato pari per quello che ci riguarda ma disastroso per l’alunno”.

 

      Sante aveva anche l'abitudine di affibbiare simpatici soprannomi a noi studenti. Così, improvvisando, a volte gli capitava di chiamarci in modo simpaticamente scherzoso.

      Una volta, citando un'opinione che avevo espresso poco prima, nel riferirsi a me disse, giocando sul mio cognome: "Come ha sostenuto il vostro compagno di classe Colombardo martire della Vergine Maria".

      Un'altra volta, si rivolse a Mario e gli disse, a bruciapelo: "Come stai, vecchia caffettiera?".

      Gravido di conseguenze fu invece il soprannome che mise a Giuseppe. Durante una lezione, costui stava chiacchierando invece di ascoltare e Sante lo redarguì dicendogli: "Sta' zitto, Giuseppe! Non è questa l'ora dei vampiri". Il viso scarno e un po' emaciato di Giuseppe giustificava questo nomignolo. Che il prof. Demicheli ripeté qualche giorno dopo quando, facendo l'appello e constatando la sua assenza, ci disse: "Ah, così oggi manca Giuseppe. Il vampiro Giuseppe!". E fu da allora che, quando ci riferivamo a Giuseppe, lo chiamavamo semplicemente "il Vampiro".

 

     Un grande insegnamento che Sante ci ha lasciato fu il rispetto per la donna. Non tollerava che si parlasse male delle donne e che si mancasse male di rispetto.

      Nell'aula, a volte, scoppiavano piccole zuffe fra compagni, indipendentemente dal loro sesso. Guai a quel maschio che, in presenza di Sante, avesse osato alzare le mani su una compagna di classe! Mentre invece consentiva alle ragazze di menare.

      Piccola nota divertente: nella mia classe non è mai accaduto che qualche studentessa approfittasse dell'"immunità" garantita da Sante ma in un'altra una ragazzina ne approfittava alla grande tirando calci e pugni ai suoi compagni di classe. Tanto, in presenza del prof. Demicheli non potevano restituire pan per focaccia.

 

      Dopo la fine delle Medie Inferiori, ho intrattenuto con Sante una corrispondenza ormai ultradecennale, dapprima sporadica (durante gli anni delle Mede Superiori) e poi più continuativa (a partire dal periodo dei miei studi universitari).

 

     Ho conservato e conserverò con affetto le sue lettere, scritte con la sua inconfondibile ed elegantissima calligrafia alla moda antica; non credo che siano molti i giovani di oggi ad avere assimilato una calligrafia così bella, che anche senza andare a scomodare veri o presunti esperti di grafologia denota senza alcun dubbio una profonda cultura e un’acutissima intelligenza. Sono lettere che mi hanno accompagnato negli anni e che mi hanno insegnato molto, a pormi degli spunti di riflessione, a farmi crescere: a dimostrazione che non è necessario parlare seduti dietro una cattedra per insegnare; si può benissimo insegnare conversando, scrivendo; si può persino insegnare fornendo agli altri un esempio di vita integerrima e coerente, come ha fatto Sante in tutti questi anni.

      Dopo essere andato in pensione, Sante accudì la sua vecchia mamma dedicandole ogni minuto del suo tempo, fino al triste giorno in cui è venuta a mancare. Pochissimi figli, al giorno d’oggi, si dimostrano così grati e premurosi verso i loro genitori come lo è stato Sante.

      Negli ultimo suoi anni Sante ha vissuto una vecchiaia solitaria, dimenticato da quasi tutti i suoi ex alunni. Mi ha confidò questo con grande dignità, ricorrendo al suo solito stile sobrio che nulla concede all’autolamentazione: lo stile degli uomini veri, che non si lasciano mai andare a lagne patetiche. Ciononostante, dalle sue lettere percepivo chiaramente che la cosa non gli faceva piacere.

      E questo mi provocava una profonda amarezza, per l’ennesima dimostrazione di come le persone siano molto spesso crudelmente ingrate verso chi ha avuto grande parte nel renderle migliori. Fra i suoi ex allievi ci sono uomini e donne decisamente dotati intellettualmente, alcuni dei quali hanno fatto strada nella vita: se hanno avuto soddisfazioni professionali importanti, lo devono anche a Sante, per tutto quello che egli ha loro insegnato. Mi amareggiava sapere che non si facevano più vivi con lui, nemmeno con qualche telefonata o con qualche lettera, per ribadire un affetto e una gratitudine che almeno in me e in pochi altri sono rimasti immutati e rimarranno immutabili.

 

      Sante ci ha lasciato l'11 ottobre 2014. L'ho scoperto dopo le Feste di Fine Anno perché, lui così solerte nel rispondere alle mie lettere (e ricordo ora con commozione che le iniziava sempre rivolgendomi un "Carissimo Conty, grazie!", il riferimento alla mia precedente missiva), non aveva risposto alla mia letterina di auguri natalizi. Temendo il peggio, sono andato sul sito internet dei cimiteri della mia città e tramite la ricerca dei nominativi dei defunti ho purtroppo trovato il suo nome. La persona o le persone che si sono occupate di lui, che da tempo non stava bene, non si sono prese la briga di comunicare agli ex allievi con cui era rimasto in contatto né il peggioramento della sua salute né la sua morte.

 

      All’inizio di questo scritto ho definito Sante un “amico”. Devo fare una piccola correzione: egli per me è stato un Amico, con la “a” maiuscola. E stato un Maestro, con la "m" maiuscola, un grande Mastro. Ora è un vuoto incolmabile: un vuoto da riempire con i ricordi; un vuoto da onorare con l'imperativo categorico di continuare a seguirne le orme in quel tempio laico della Cultura di cui egli è stato devotissimo sacerdote.

     Io lo ricorderò nello stesso modo con cui concludevo le lettere che gli spedivo: con immutato ed immutabile affetto discente.

 

      Voglio immaginare, con l'inevitabile rischio dell'illusione metaforica che ciò consegue, che nel momento del trapasso alcuni filosofi, i filosofi (i "classici" come li chiamava lui) che tanto amava, si siano presentati davanti a Sante per condurlo oltre le porte dell'Eternità.

      Voglio immaginare che Platone ed Aristotele, Kant e Hegel, siano venuti a prenderlo e l'abbiano fatto salire con loro su una carrozza diretta al Paradiso dei Filosofi.

      Il Cielo della Conoscenza è ora più ricco. Noi, suoi ex allievi che non l'abbiamo dimenticato e non lo dimenticheremo mai, siamo più poveri, molto più poveri.


Juri Bossuto "Un gatto nel cuore di Torino" Ed. Il Punto
post pubblicato in Diario, il 25 dicembre 2014
Le fondamenta del libro di Juri Bossuto risiedono nel sottotitolo: "Una storia vera".
Raccontata con mirabile stile e azzeccatissimo amalgama di emozioni e stati d'animo: l'amore per gli animali, l'amore per gli umani, la tristezza ma anche l'ironia e, ancor di più, l'autoironia.
Juri Bossuto si rivela già da questa sua prima opera di narrativa scrittore, anzi, Scrittore con la "s" maiuscola.
Emozioni e sentimenti che in questo libro non sono affatto disgiunti da un'accuta analisi e da un'altrettanto lucida denuncia degli egoismi e delle ingiustizie che alloggiano nella società odierna: egoissmi individuali e ingiustizie sociali che purtroppo si mescolano benissimo fra loro, in una sorta di triste attrazione da affinità elettive. Speriamo che, nella scomposizione degli elementi basilari che costituiscono la società umana, anche gli altri due ed opposti "mattoni sociali", l'altruirmo e la solidarietà possano un giorno provare la stessa attrazione e fondersi in una solida e valida alternativa.
Era (nome che in albanese significa "vento"), è la gattina randagia protagonista di questo libro. Col suo arrivo nel cortile di un palazzo del centro storico di Torino, realizza una sorta di miracolo, naturalmente un miracolo laico, immanente, sociale: l'affetto che quasi tutti i condomini le portano riesce a fare svanire antipatie individuali e distanze sociali, e li porta ad abbattere quel muro di indifferenza, se non addirittura di diffidenza, che li isolava gli uni dagli altri, portandoli a parlare fra di loro, a scambiarsi opinioni, forse anche a dialogare; di sicuro, a non considerare più il vicino di pianerottolo o l'inquilino del piano di sotto come un potenziale nemico.
Il libro è da leggere, "gustare", ponderare dall'inizio alla fine, per cui ogni ulteriore anticipazione sulla trama rischia di essere inutile, se non fuorviante. Consiglio al lettore di acquistarlo: ne vale veramente la pena.
Concludo con due accostamenti cinematografici.
Juri Bossuto si domanda a un certo punto se sia il caso di provare per la perdita di un animale lo stesso dolore che si prova per la morte di una persona cara. Mi viene al riguardo in mente una scena del film "Una fidanzata per papà" nella quale il bambino (Ron Howard), che ha perso la mamma da qualche giorno, esplode in urla di disperazione quando vede nella boccia di vetro il suo pesce rosso morto e il padre (Glen Ford) si arrabbia tantissimo, sfogandosi con la vicina di casa: "Gli è morta la madre e tutto sommato ha reagito con forza, e ora fa tanti drammi per un pesce!". E la vicina cerca di fare capire al padre del bambino che a volte si sopporta una durissima prova e poi si crolla per un successivo, sia pur meno crudele, colpo della vita. Ecco, forse si tratta della goccia che fa traboccare il vaso, del piccolo graffio che apre una falla in una diga dopo ripetuti colpi di piccone. A prescindere, naturalmente, dalla citazione che Bossuto fa della frase di Montalban: "Non esistono dolori piccoli, esistono solo dolori".
Il secondo film che può essere accostato a "Un gatto nel cuore di Torino" è "Le donne del 6.o piano" (con un sempre bravissimo Fabrice Luchini, non a caso uno degli attori più scritturati per i film di Eric Rohmer). Ambientato in un palazzo dell'alta borghesia della Francia del 1960, ne "Le donne del 6.o piano" si trova la stessa stratificazione sociale e "abitativa" del condominio in cui è ambientato il libro di Bossuto: ai piani bassi i ricchi proprietari (retaggio di epoche in cui non eravano stati ancora inventati gli ascensori e quindi le famiglie abbienti abitavano ai piani che necessitavano di fare meno gradini di scale per essere raggiunti) e all'ultimo piano (il sesto, nel caso del film) il personale domestico, quelle donne che una volta, con linguaggio crudele ma almeno scevro da ipocrisie successive, venivano definite "la servitù".
Ogni bel libro può suggerire analogie con film altrettanto belli.
E "Un gatto nel cuore di Torino" di Juri Bossuto è un libro non solo bello ma bellissimo.
Alla sua prima esperienza come narratore Bossuto ci ha già fatto questo splendido regalo. Aspettiamo fiduciosi i suoi prossimi libri, che sicuramente consolideranno la sua caratura di Scrittore con la "s" maiuscola.
Mai dimenticherò i tuoi occhi
post pubblicato in Diario, il 30 ottobre 2014

Mai dimenticherò i tuoi occhi,

i tuoi occhi spalancati sul futuro,

su quel futuro che sapevi

a te negato, sul sipario che sapevi

che su di te sarebbe calato.

 

Mai dimenticherò i tuoi occhi,

quei due malinconici fanali

proiettati verso un orizzonte

di gioie e d'amore che già sapevi

che a te sarebbero stato negati.

 

Mai dimenticherò i tuoi occhi,

quei due specchi con nello sfondo

le immagini delle violenze

da te subite, della tua

legittima difesa, della tua condanna

con sentenza sommaria che t'ha resa

d'innocenza colpevole.

 

Mai dimenticherò i tuoi occhi,

quei due diamanti sfavillanti

della pura luce dell'eroismo,

che t'ha spinta a rifiutare

una salvezza che sarebbe stata

barattata con l'ipocrisia

della menzogna.

 

Mai dimenticherò i tuoi occhi,

quei due muti testimoni

d'ingiustizia e di ferocia,

ma anche di forza e di coraggio,

che di sicuro luce ferma e non tremula

hanno continuato a irradiare

anche sul patibolo.

 

Mai dimenticherò i tuoi occhi,

che ora non sono spenti

ma hanno dato la vista

a chi, insieme a tanti altri,

forse potrà vedere il giorno

in cui ti sarà resa giustizia.

 

Alla memoria di Reyhaneh Jabbari.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. letteratura poesia versi reyhaneh martire eroismo

permalink | inviato da libdemsub il 30/10/2014 alle 9:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
AMO NUTRIRMI DI TE di Renata Di Leo e Massimiliano Fusai, Mediaprint Editore
post pubblicato in Diario, il 30 agosto 2014

Nella mia ormai pluridecennale attività di lettore sono giunto a dividere i libri in due categorie: quelli che catturano il lettore e quelli che, quantunque ben scritti e interessanti, non lo catturano.

Quando un libro mi cattura, lo fa dalle prime pagine e mi coinvolge al punto da isolarmi dal mondo che mi circonda. Non a caso, quando la realtà mi richiama ai miei doveri, non vi inserisco un segnalibro, perché so già che al primo momento libero mi tufferò di nuovo in esso.

A questa categoria appartiene senz'altro il libro AMO NUTRIRMI DI TE, che raccoglie armoniosamente brevi racconti scritti da Renata Di Leo e Massimiliano Fusai.

Brevi ad eccezione dell'ultimo, "I fili della memoria", di una cinquantina di pagine.

La brevità di uno scritto non toglie nulla alla sua qualità, anzi. Come già notato da Hemingway e ripreso da Sepulveda, una volta scritto un racconto o un romanzo per migliorarlo bisogna sfoltirlo, toglierne le parti inutili.

Un vero scrittore / una vera scrittrice è colui /colei che comunica un concetto, un'idea, una sensazione, un'emozione con 20 /30 parole anziché con 2 o tre pagine.

Nel caso dei racconti brevi di Renata Di Leo e Massimiliano Fusai, non vi sono dubbi: siamo di fronte a due veri, grandi scrittori.

Ogni racconto è un piccolo capolavoro, che esprime tutto senza una parola, una frase di troppo.

Mi viene in mente, dai ricordi dei miei studi universitari, l'espressione, invero insolita nel mondo scientifico quanto traboccante di entusiasmo, con cui Delio Cantimori recensì il libro, di poche pagine, di Hubert Jedin RIFORMA CATTOLICA O CONTRORIFORMA? e cioè: "Pieno come un uovo!".

Nel suo piccolo, l'uovo contiene tutto il suo potere nutritivo. E lo stesso dicasi per le uova "storiografiche" e per quelle "letterarie".

Il lettore di AMO NUTRIRMI DI TE, oltre al piacere del libro in sé, che affronta in maniera suggestiva argomenti come l'amore, la Natura e il senso della vita, potrà anche dilettarsi in un piccolo gioco: poiché i due Autori non hanno firmato i racconti da loro scritti, chi li assaporà potrà chiedersi quale dei due ha scritto un certo racconto e quale un altro.

Che dire, in conclusione?

Che AMO NUTRIRMI DI TE è un libro che non dovrebbe mancare nella libreria di chi ama la Letteratura.


PER CHI FOSSE INTERESSATO: il libro non è in vendita nella librerie ma lo si può richiedere direttamente agli Autori ai rispettivi profili su Facebook "Renata Di Leo" e "Massi Fusai".


Sfoglia dicembre        maggio