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Libdemsupalpino Gian Contardo Colombari
Ricordo del professor Giovanni Tabacco
post pubblicato in Diario, il 6 febbraio 2015

Il prof. Tabacco era buono quanto burbero. La prima volta che lo vidi, pur senza conoscerlo ancora di nome, stava sbraitando con una sua assistente per qualche cosa che aveva a che fare con un altro docente.

Quando, durante il mio primo anno di corso di laurea, andai a parlargli per dirgli che avevo inserito il suo esame nel piano di studi ma che, non potendo per motivi di orario frequentare il suo corso, avrei voluto sapere se dovevo prepararmi su qualche testo in particolare, mi guardò storto, come se gli avessi detto che avevo intenzione di fare qualche bischerata, e poi mi disse che mi sarebbe bastato studiare sui libri indicati nel programma d'esame.

Venne il giorno dell'esame. Quando venne il mio turno, ero già innervosito, perché la ragazza che era passata prima di me era in realtà dietro di me nell'elenco dei candidati all'appello e furbescamente mi aveva scavalcato fiondandosi sulla sedia lasciata vuota dallo studente precedente. Nervosismo che era cresciuto nel constatare che avrei saputo rispondere bene a tutte le domande che il prof. Tabacco le stava facendo: al posto di lei avrei dovuto esserci io!

Il prof. Tabacco aveva un modo molto didattico di affrontare gli studenti che non sapevano rispondere a qualche domanda: non li cacciava via, non passava alla domanda successiva senza dire alcunché, non diceva nemmeno loro direttamente qual'era la risposta da dare; no, argomentava in modo tale, accennando qualche cosa o lasciando una frase a metà, che lo studente arrivava con la forza del ragionamento alla risposta esatta.

Così aveva fatto anche a proposito delle cose che la ragazza che mi aveva preceduto non aveva saputo.

Venne dunque il mio turno. L'inizio dell'esame andò bene, poi però andai nel pallone. A un certo punto, accorgendosi che nemmeno andando dietro ai suoi suggerimenti riuscivo a trovare il bandolo della matassa costituita dalla domanda che mi aveva fatto, il prof. Tabacco mi incoraggio dicendo: "Forza, figlio!".

A volte era un po' scorbutico, direi quasi bisbetico, ma non mancava mai di essere di sostegno ai suoi studenti, trattandoli come figli.

L'esame finalmente ebbe termine e me la cavai con un 29. Era in linea coi voti dati a chi ne aveva saputo più o meno come me ma, onestamente, già allora trovai quel voto un po' troppo generoso, vista la figuraccia che avevo fatto andando nel pallone.

Che dire? La vita è così: a volte ricevi più di quel che meriti, altre volte meno. Del resto, come si suol dire, le cose alla fine si compensano e qualche volta nei successivi esami universitari avrei forse meritato dei 30 e lode ma ricevetti solo dei 30. Ovviamente, non ne feci un dramma, così come non mi esaltai per quel 29 un po' troppo magnanimo.

L'anno successivo, il secondo del mio corso di laurea, iterai l'esame di Storia Medievale, questa volta scegliendo il programma del prof. Borsari.

Il terzo anno, invece, volli tornare a dare quell'esame col prof. Tabacco. E la motivazione fu l'orgoglio: pur avendo già deciso di non laurearmi in medievistica, non volevo che il prof. Tabacco serbasse di me l'immagine dello studente che era andato nel pallone per una domanda e, soprattutto, non volevo negare a me stesso un'occasione di riscatto.

Estate del 1982. Aula affollatissima, con circa 80 candidati per l'appello i Storia Medievale. Il motivo per cui moltissimi studenti (quasi tutti non interessati a laurearsi in materie storiche) sceglievano quell'esame era pratico: era un esame con pochi libri da preparare, lo si poteva sostenere dopo un paio di settimane di studio serrato e, grazie al passaparola fra studenti, si sapeva che il prof. Tabacco non era avaro nei voti.

Come già la volta precedente, la logistica era questa: da una parte della scrivania il prof. Tabacco con un assistente, dall'altra due sedie vuote. A queste due si accomodavano all'inizio due studenti. Uno veniva subito interrogato e, quando il suo esame si concludeva, i docenti passavano all'altro, mentre la sedia lasciata vuota dal primo veniva occupata dal terzo dell'elenco. E così via, fino all'esaurirsi dei candidati.

Altri docenti invece interrogavano uno studente per volta. Altri ancora ammettevano sì gli studenti a coppie ma l'esame si scomponeva in due parti: uno veniva interrogato dal cattedratico sulla parte monografica e contemporaneamente l'altro era sotto il torchio dell'assistente per la parte istituzionale; terminate le domande, i due studenti si scambiavano di posto; al termine dell'esame, cattedratico ed assistente confabulavano a bassa voce fra di loro per valutare i voti da dare e poi, dopo aver scritto e firmato i voti sui libretti universitari e sul registro, veniva ammessa un'altra coppia di esaminandi.

Ma torniamo al prof. Tabacco e al mio secondo esame con lui.

A un certo punto, chiese a uno studente dove si trovava la Lotaringia all'epoca dei Carolingi. Questi non seppe rispondere.

Il prof. Tabacco proruppe allora in una delle sue impennate e si mise letteralmente a gridare: "La Geografia! Per studiare la Storia voi dovete conoscere la Geografia!".

Aveva ragione, naturalmente. E anche quella "cazziata" fu una lezione di storiografia: per prepararsi bene in una disciplina occorre conoscere bene anche le discipline di essa ausiliarie.

Lo studente così platealmente strapazzato non venne comunque congedato con un voto basso.

Venne il mio turno di accomodarmi davanti all'illustre docente e di ascoltare l'interrogatorio della studentessa che mi precedeva.

A un certo punto la ragazza andò in crisi, anzi, in crisi nera. Non riuscì nemmeno a rispondere alle domande più facili.

Quando il prof. Tabacco le chiese chi era stato il primo re d'Ungheria e lei continuò a fare scena muta, provai a suggerirglielo io dicendole a bassa voce: "Arpad".

Ma il prof. Tabacco si volse verso di me, con uno sguardo serio ma non arrabbiato, e mi disse: "Guardi che sento anch'io".

Alla fine il prof. Tabacco le diede un 25, voto invero un po' basso.

La ragazza scoppiò a piangere e disse che abitava fuori Torino, era arrivata in città alle 6 di mattina e di fatto non aveva nemmeno mangiato (erano già le 16).

Il prof. Tabacco allora, con uno sguardo che evidenziava sincero rincrescimento, disse, non solo rivolto a lei: "Ma perché non le dite prima, queste cose? Nei casi di studenti che vengono da lontano, li farei passare per primi".

Poi si rivolse a me per iniziare l'esame. Mi guardò e mi disse: "Io l'ho già vista. Ha già dato esami con me?".

"Sì, - risposi, - due anni fa."

E poi aggiunsi, incautamente: "E' il mio terzo esame di Storia Medievale, l'hanno scorso l'ho dato col professor Borsari".

"Si laurea in medievistica?", - mi chiese.

Domanda pertinente, visto che il terzo esame in una materia di solito viene dato se ci si laurea nel ramo di appartenenza di quella materia. Invece io l'avevo inserito nel piano di studi per l'orgoglio di fare una figura migliore rispetto al primo esame, perché la materia mi piaceva e anche perché, lo ammetto, non comportava lo studio di molti libri. Avevo già intenzione di laurearmi in Storia Moderna.

Alla mia risposta: "No", il prof. Tabacco mi guardò come se gli avessi appena confidato la mia intenzione di rapinare una banca e poi disse, non so se scettico o sarcastico: "E allora andiamo col terzo esame di Storia Medievale".

"Cominciamo bene", - pensai, tutt'altro che tranquillizzato.

Poi, invece, l'esame andò bene, presi un meritato 30 ma la cosa che più mi fece piacere fu che feci una bella figura, non andando nel pallone come la prima volta.

 

Dopo di allora, sentii parlare del prof. Tabacco solo una volta. Ero nell'ufficio del prof. Ricuperati in attesa di discutere con lui dell'avanzamento della mia tesi di laurea su Walter Maturi quando lo studente che stava parlando con lui si sfogò e gli chiese un consiglio.

"Qualche giorno fa, - disse, - sono andato a dare l'esame di Storia Moderna, stava rispondendo bene e a un certo punto il prof. Tabacco mi ha cacciato via senza darmi il voto perché era innervosito dal fatto che stavo rispondendo esattamente a tutte le domande che mi faceva. Ho intenzione di togliere quell'esame dal piano di studi. Lei che ne pensa?"

Subito dopo entrò nell'ufficio il prof. Comba, allora ordinario di Storia degli Insediamenti Tardoantichi e Medievali nonché ex allievo del prof. Tabacco, e il prof. Ricuperati, mettendosi a ridere, gli disse: "Il tuo Maestro ne ha combinata un'altra delle sue". E gli riferì la disavventura in cui era incorso il malcapitato studente.

Poi il prof. Ricuperati rassicurò lo studente, consigliandogli: "Non levi l'esame di Storia Moderna dal piano di studi. Lasci passare qualche mese e poi lo ridia, comportandosi col prof. Tabacco come se non fosse successo niente, e vedrà che andrà bene".

Meravigliosi tempi, quelli che ho vissuto a Palazzo Nuovo, fatti di professori burberi ma buoni e di altri docenti saggi che davano utili consigli agli studenti.


Ricordo di Franco Venturi
post pubblicato in Diario, il 30 settembre 2014

Cent'anni fa nasceva, nel 1914 per l'appunto, Franco Venturi, benemerito storico dell'Età Moderna, morto nel 1994, probabilmente per il vuoto causato in lui dalla precedente scomparsa dell'amatissima moglie Gigliola.

Accade che nelle grandi coppie, grandi perché hanno trascorso una vita di ideali e valori condivisi, il superstite non sopravviva a lungo alla perdita del coniuge.

Franco Venturi era figlio dello storico dell'arte Lionello, uno degli eroici dodici docenti universitari antifascisti che lasciarono l'insegnamento accademico pur di non essere costretti ad iscriversi al P.N.F.

Partigiano nelle brigate "gobettiane" di Giustizia e Libertà col nome di battaglia di Nada (ironia della Storia, anni dopo all'Ateneo torinese ebbe come collega di Facoltà di Lettere e Filosofia il prof. Narciso Nada, insigne risorgimentalista), nel Secondo Dopoguerra Franco Venturi intraprese una illuminata carriera di storico, dapprima facendo ricerche sul populismo russo nel periodo in cui fu addetto culturale all'ambasciata italiana a Mosca e poi insegnando dapprima all'Università di Cagliari e poi a quella di Torino.

Il nome di Franco Venturi è principalmente legato ai suoi studi sull'Illuminismo e il XVIII secolo. Basti citare la sua monumentale opera in più tomi "Settecento Riformatore", edita da Einaudi.

Nei miei anni universitari non lo frequentai molto: andai qualche volta a chiedergli alcune dritte bibliografiche su argomenti che mi interessavano ma non potei sostenere con lui il primo esame di Storia Moderna, in quanto era in congedo, e venni esaminato dai proff.ri Massimo Firpo e Luciano Guerci.

Nel 1982 a lui chiesi il titolo della tesi di laurea e mi suggerì di farla sullo storico americano Bernard Baylin. Ma poche settimane dopo trovai lavoro e decisi di sospendere per un paio d'anni gli studi, limitandomi a pagare le tasse di iscrizione. Correttamente, andai a comunicarglielo e gli dissi che rinunciavo a quella tesi di laurea.

Dopo due anni, pur continuando a lavorare, ripresi gli studi e mi laureai col prof. Giuseppe Ricuperati. Fu la mia fortuna, sia per il poter conoscere un altro grandissimo Maestro della storiografia e la sua altrettanto grande umanità, sia per la tesi di laurea su Walter Maturi, storico liberale, la quale, "obbligandomi" a leggere le opere di Benedetto Croce, mi "demarxistizzò" o, per meglio dire, mi diede modo di lavare via tutte le incrostazioni di marxismo superficiale e vissuto in maniera "romantica" che avevano caratterizzato la mia giovinezza.

Di Franco Venturi ricordo l'eleganza della persona, la cortesia impeccabile, la serietà di docente e di studioso.

Di lui conservo nella mia libreria tre volumi: "Le origini dell'Encilcopedia", "Utopia e riforme nell'Illuminismo", da lui autografatomi, e il saggio "L'Italia fuori d'Italia", contenuto nel volume "L'Italia e l'Europa" della Storia d'Italia Einaudi.

L'Italia fuori d'Italia: aprirsi al mondo, vedere come gli altri ci vedono.

Che bella lezione ci ha lasciato il prof. Venturi, in un periodo come questo in cui la civiltà europea è minacciata dagli stupidi particolarismi fomentati dai populismi.


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