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Libdemsupalpino Gian Contardo Colombari
Cornelius Pallard e il Progetto S.C.U.O.L.A.
post pubblicato in Diario, il 7 ottobre 2017
Interessante iniziativa per le scuole: insegnare divertendo la lealtà, la correttezza e l'onestà.

Wilmer detto Walter
post pubblicato in Diario, il 5 novembre 2016

All'"Elio Vittorini" uno dei bidelli era Wilmer Baldassin detto Walter.

Aveva solo 3-4 anni d'età più di noi e così i nostri rapporti con lui erano molto conviviali: si parlava con lui, si scherzava con lui; era lui che procurava i biglietti dei concerti a quelli di noi che erano fans dei vari Branduardi, Bennato e altri cantautori.

Era anche molto attivo al di fuori del lavoro. Fra le altre cose, fu uno dei pionieri delle televisioni locali, che allora, nella seconda metà degli anni '70 del XX secolo, cominciavano a mettere le loro radici nel panorama televisivo italiano; ricordo che conduceva un programma per bambini su Tele Studio Torino.

Non era obeso ma aveva una corporatura massiccia e forse era un po' sovrappeso; per questo motivo alcuni di noi lo chiamavano Manzotin ma senza cattiveria, senza prendersi burla di un peraltro inesistente problema di salute.

Salute che purtroppo si sarebbe rivelata indifesa, nonostante l'aspetto florido di Walter.

A Maturità conseguita, persi completamente di vista le persone con cui avevo condiviso gli anni delle Medie Superiori.

Un anno e mezzo dopo, vidi il necrologio di Walter sul principale quotidiano di Torino.

Seppi da una ragazza che stava ancora frequentando l'"Elio Vittorini" che era stato stroncato da leucemia fulminante. L'ultima volta che l'avevano visto, era già malato, in mutua, ed era apparso molto dimagrito.

Wilmer Baldassin, da tutti chiamato Walter, aveva 25 anni: una vita crudelmente stroncata quando aveva ancora tantissime pagine da scrivere nel libro del Tempo.



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permalink | inviato da libdemsub il 5/11/2016 alle 9:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Pubblici ufficiali
post pubblicato in Diario, il 28 agosto 2016

Il nostro preside di Quinta Superiore, ogni volta che andava a fare una visita nelle varie classi, affermava che l'insegnante è un pubblico ufficiale.

A noi stupidotti veniva da ridere. Avevamo però la giustificazione che molti dei nostri insegnanti, come dire?, facevano di tutto per non essere degni della qualifica di pubblico ufficiale, fra assenteismo e fannulloneria, impreparazione e ideologizzazione.

Il clou si verificò quando, in seguito a un brutto episodio (una bidella era stata spintonata e fatta cadere da alcuni studenti, non della mia classe però), il preside furibondo andò in ogni classe asserendo che i colpevoli erano passibili di denuncia perché i bidelli erano pubblici ufficiali.

Con tutto il rispetto per i bidelli, il cui lavoro ha la stessa dignità di tutte le altre professioni, temo che quella volta non solo ci venne da ridere ma scoppiammo a ridere veramente, facendo infuriare ancora di più il preside.

Aveva ragione, comunque: ogni dipendente statale è un pubblico ufficiale e come tale va rispettato. Ma deve anche essere consapevole che, se necessario, deve anche sacrificarsi.

Dunque, si prenda ad esempio i poliziotti e i carabinieri, cui tutti noi dobbiamo essere grati per quello che fanno e che rischiano per proteggerci.

Sono dipendenti che spesso vengono trasferiti da un posto all'altro, che so?, da Milano a Bari o da Palermo a Trento, ci vanno con tutta la famiglia senza fiatare, ci restano qualche anno, per poi essere di nuovo trasferiti da un'altra parte.

Se ci sono problemi di pubblica sicurezza in una città, è ovvio che si trasferiscono là poliziotti e carabinieri, mica si spostano gli abitanti, cittadini perbene o delinquenti, nel luogo di residenza di poliziotti e carabinieri.

E, francamente, non ho mai sentito un poliziotto o un carabiniere parlare di deportazione quando viene trasferito.

Ma, già, poliziotti e carabinieri sono veri pubblici ufficiali al servizio dei cittadini.


Ricordo del professor Sante Demicheli
post pubblicato in Diario, il 19 gennaio 2015

      Il prof. Sante Demicheli fu mio insegnante di Storia e Geografia in Terza Media, e tanto è il mio affetto di ex allievo e tanta la mia gratitudine per lui che, d’ora in avanti, lo chiamerò Sante, come si può fare per il carissimo amico che poi è effettivamente diventato per me dopo le Medie Inferiori.

      Sante entrò nella mia vita in Terza Media come insegnante di Storia e Geografia.

      Quello della Terza Media Inferiore fu un anno scolastico molto importante per la mia crescita intellettuale, quello in cui maturò l’interesse per la politica (ricordo l’entusiasmo con cui, nelle lezioni e nello studio della Storia, feci la scoperta della Rivoluzione russa, che allora sembrava a molti l’alba di un nuovo avvenire per l’Umanità, salvo poi rivelarsi un tragico incubo) e la passione civica; furono nove mesi che si aprirono immediatamente dopo il golpe di Pinochet in Cile e di fatto si conclusero col referendum sul divorzio, passando attraverso la strage fascista di piazza della Loggia a Brescia. Un anno scolastico in cui Sante fu la mia guida, un po’ come, se mi si perdona la metafora letteraria, Virgilio lo è stato per Dante nella Divina commedia.

 

Quello fu anche un anno scolastico travagliato per la nostra frequentazione scolastica. Lo iniziammo facendo i doppi turni (alla nostra sezione era stato assegnato quello pomeridiano), perché alla “Massari” erano in corso dei lavori di ristrutturazione, che si protrassero fino alle vacanze di Natale. Lavori che evidentemente vennero effettuati con somma perizia, visto che, pochi mesi dopo, al ritorno dalle vacanze di Pasqua venimmo mandati a casa perché la scuola era pericolante, con tanto di calcinacci che cadevano dai soffitti. Facemmo un paio di settimane di vacanza in più, fino a quando trovammo ospitalità, anche qui con la formula dei doppi turni, alla Scuola Media “Fenoglio”, situata a circa dieci minuti di auto dalla “Massari” (avremmo potuto trovare ricovero in una scuola molto più vicina, ubicata in via Acciarini, ma il preside di quest’ultima, una delle poche dove si stava sperimentando il tempo pieno, egoisticamente non volle rinunciare per un paio di mesi al tempo pieno e non ci ospitò).

      Finimmo dunque l’anno alla “Fenoglio”, andando a scuola di pomeriggio con un servizio di pullman che dalla “Massari” ci portava alla nuova scuola per poi fare il percorso inverso al termine delle lezioni. Tempo poche settimane di doppi turni e si stette di nuovo a casa per il referendum sul divorzio (io, per giunta, mi presi pure una brutta influenza, con tanto di ricaduta, e tornai a scuola una quindicina di giorni dopo il previsto rientro). In parole povere, quell’anno di scuola ne frequentammo davvero poca. Ma torniamo a Sante.

 

      Inconfondibile era il suo aspetto fisico. Con i baffi e il pizzo tagliati corti e i capelli che portava ugualmente corti, assomigliava in modo impressionante a Lenin; era, in parole povere, un Lenin più alto e più robusto rispetto all’”originale” russo.

      La cosa che di Sante balzava subito all’attenzione nel vederlo era la sua naturale eleganza, non solo nel vestire ma anche nel portamento; un bidello della “Massari”, Abele Guidetti, disse di lui: “Anche se fosse vestito di stracci, farebbe lo stesso la figura del signore”.

 

      Mi ricordo ancora come fosse ieri la prima lezione di Sante, quella in cui, all’inizio dell’anno scolastico, di solito un professore si presenta ai suoi nuovi studenti. Il senso delle parole di Sante fu questo: ognuno deve pensare e agire con la propria testa, e non seguire ciecamente gli altri. Ci fece due esempi, da non seguire.

      Il primo fu quello della pubblicità, che martella la gente fino a quando questa non cede e compera il prodotto reclamizzato. “Vi parlano di una lavatrice, - ci disse fra l’altro, - e non la smetteranno fino a quando voi non l’avrete acquistata”. E dire che allora, nell’autunno del 1973, la pubblicità non aveva raggiunto né la finezza persuasiva né la caratteristica di “bombardamento a tappeto” che al giorno d’oggi hanno gli spot televisivi!

     Il secondo esempio lo trasse dalla sua vita e precisamente dall’epoca in cui, da ragazzino, andava a portare al pascolo nelle campagne del Pavese le oche dei suoi genitori. Ci raccontò che una volta, in mezzo al sentiero che stava percorrendo, vide una pentola, tutta arrugginita; l’oco maschio, che guidava il piccolo branco, ci passò sopra e si graffiò il sedere mettendosi a starnazzare per le sensazioni non proprio di piacere che aveva provato; subito dietro di lui, le altre oche, anziché usare il cervello e deviare il loro cammino per passare ai lati onde evitare l’utensile domestico arrugginito, lo imitarono nel passare sopra la pentola e anch’esse si scorticarono il fondoschiena. Il messaggio che Sante volle mandarci era chiaro: “Non fate come quelle oche; se qualcuno che state seguendo prende una strada sbagliata, smettete di seguirlo”.

      Non credo tuttavia che allora molti miei compagni abbiano capito subito il vero senso delle parole di Sante, e penso che durante quella prima lezione i più siano stati “catturati” dalle sue continue battute ironiche senza cercare di afferrarne il significato. Tant’è che il giorno dopo Riccardo se la prese con quei nostri compagni di classe che stavano ancora ridendo per qualche motto spiritoso di Sante e disse loro: “Voi ieri non avete fatto altro che ridere aspettando la sua battuta successiva”.

 

      Ci bastarono poche settimane per renderci conto che Sante era ferratissimo su ogni argomento. Una mattina un mio compagno di classe, riferendosi al quiz televisivo allora condotto da Mike Bongiorno, chiese: “Ma perché il professor Demicheli non va al “Rischiatutto”, visto che conosce così bene ogni materia?”. La risposta, sensata, anche questa volta la diede Riccardo: “Perché i quiz televisivi non sono altro che una manifestazione di esibizionismo e un uomo come lui non vi parteciperà mai”.

 

      L’altra delle prime lezioni di Sante che mi entusiasmò maggiormente fu quella di Geografia nella quale ci spiegò il sistema solare e le galassie.

      Mi entusiasmò talmente che il sabato successivo, mentre in automobile (ovviamente non guidata da me bensì da mio padre) mi stavo recando a trovare gli zii materni nel Canavese, ripetei ai miei genitori passo dopo passo, direi quasi parola per parola, tutta quella lezione di geografia astronomica. Per la verità, non compresi la morale di quella lezione (farci comprendere che l’uomo è un punto sperduto nell’Universo, così come lo è il pianeta Terra); me lo scrisse Sante parecchi anni dopo in una sua lettera, che mi mandò in risposta a una mia missiva nella quale gli raccontavo dei ricordi più belli che avevo (e che ho) di quell’anno scolastico che in cui ebbi la fortuna di averlo come insegnante di Storia e di Geografia.

      Quella di sapere far provare entusiasmo per una materia dagli studenti è la qualità principale di un'insegnante e Sante dimostrò di possederla fin dalle prime sue lezioni.

      Sulla Geografia ricordo in particolare che Sante aveva molto a cuore la parte “politica”, istituzionale dei Paesi extraeuropei (che facevano parte del programma scolastico di Terza, mentre l’Italia aveva fatto parte del programma di Prima e i Paesi europei di quello di Seconda, entrambi svolti con grande competenza dalla prof.ssa Aggeri). Sante non si limitava ad esporci montagne, fiumi, laghi e pianure; era sua cura farci apprendere tutto dei Paesi che studiavamo, dagli usi e costumi ai sistemi economici, alle forme costituzionali e politiche, per l’appunto.

 

      A Sante potevi fare domande su qualsiasi argomento, anche se non era compreso nella “scaletta” della lezione.

      In questo senso, Sante assomigliava a un frate che egli ebbe come insegnante di Matematica al liceo. Come ci raccontò una volta, costui entrava in classe e spesso, anziché spiegare formule algebriche, si metteva a parlare di altro: Storia, Filosofia, etc. Come disse Sante: “Può darsi che di matematica ce ne insegnasse poca ma ogni volta che parlava d’altro ho imparato molto da lui”.

      Intendiamoci: Sante, a differenza di quel suo benemerito insegnante, non usciva spesso dagli argomenti previsti per le sue lezioni ma ogni vola che o l’attualità o la curiosità di qualcuno di noi suggeriva approfondimenti non rientranti nel programma scolastico, non esitava ad affrontarli e a spiegarceli.

      Posso senza ombra di dubbio affermare di avere imparato moltissime cose da Sante, sia quando le sue lezioni seguivano il programma scolastico, sia quando erano dedicate ad argomenti di attualità.

      Parlava con noi di tutto, ci spiegava ogni cosa che gli chiedessimo o che cadesse nel discorso, dall'invito che ci rivolse a leggere la Divina Commedia come un romanzo d’avventure, al di là del suo valore come opera poetica, alla poliedricità culturale di Albert Einstein.

      Sante ci informò che Einstein era anche un grande appassionato di violino. Il senso di queste parole era che non si deve sopravvalutare la “specializzazione” in una sola disciplina, che non solo gli uomini di cultura in generale ma anche i geni (e Einstein certamente lo era) non sono individui che sanno tutto di un’attività ma che hanno più interessi, tutti coltivati; che, in sostanza, si riesce bene a “specializzarsi” in un ramo solo se si coltiva la conoscenza anche di altri rami, che magari apparentemente non hanno nulla a che vedere con quello in cui si svolge l’attività professionale. Einstein, dunque, non era “una testa parziale”, tanto per ricorrere all’espressione usata da Luca Zingaretti in una delle belle trasposizioni televisive delle avventure del Commissario Montalbano, il celebre personaggio inventato da Andrea Camilleri. Col senno del poi, colgo tutto il valore pedagogico, educativo di questo discorso di Sante.

 

      Il leit motiv dell’insegnamento morale di Sante era il farci capire che dovevamo pensare con la nostra testa e non credere a quello che sentivamo se non dopo averlo verificato di persona. Il racconto delle oche al pascolo, durante la sua prima lezione di quell’anno, fu il primo di una lunga serie di inviti a non lasciarci abbagliare da tutto ciò che luccica.

      Ritornava spesso sugli effetti negativi della pubblicità. Una volta, durante una lezione di Geografia dedicata alla foresta amazzonica, ci spiegò la facilità con cui si potevano prendere delle infezioni se, attraversandola, ci si feriva con qualche spina, nel qual caso occorreva ricorrere ai disinfettanti e a un’accurata fasciatura con garze e bende, e concluse la sua esposizione dicendo: “Altro che Sal-ve-lox!”. Pronunciò l’ultima parola con la stessa intonazione usata nello spot pubblicitario dell’omonimo cerotto, spot dal quale pareva che il cerotto in questione fosse il rimedio efficace per ogni tipo di ferita. 

      Analogo ragionamento Sante volle proporci quando ci raccontò come venivano (e probabilmente vengono tuttora) presi in giro i turisti che si recano alle Hawaii e che al loro arrivo vengono accolti da leggiadre fanciulle in costumi locali che mettono loro al collo corone di fiori a mo’ di benvenuto. Gli ingenui turisti credono che vestano sempre in quel modo e che spontaneamente li vengano ad accogliere così gentilmente ma in realtà sono impiegate dei vari alberghi o enti turistici stipendiate proprio per dare il benvenuto ai turisti: terminato il loro lavoro, tornano a indossare abiti occidentali.

 

      Anche sul cinema Sante fu prodigo di suggerimenti. Una volta ci mise in guardia dalla pubblicità riguardante i film (al giorno d’oggi si direbbe dai trailers). Si stava rivolgendo ad Anita (ogni tanto si rivolgeva a uno di noi in particolare ma le sue parole erano rivolte a tutti) e le disse: “Magari ti fanno vedere qualche sequenza spettacolare e divertente, mentre il resto del film è noiosissimo oppure, al contrario, vi fanno vedere delle sequenze noiose quando tutto il resto del film è ricco di colpi di scena. Tu guardi gli spezzoni di quel film, li confronti con le frasi con cui quell’opera cinematografica viene reclamizzata e ti dici dubbiosa: “Sarà”“.

      In più occasione sentii uscirgli dalla bocca quella breve frase (“Sarà”), ogni volta che voleva esprimere i suoi dubbi su un’affermazione appena citata.

      Ci diede comunque utili indicazioni sui film che valeva la pena vedere.

      Durante una sua lezione sul Risorgimento, colse l’occasione per parlarci in termini entusiastici del film Senso di Luchino Visconti, con Alida Valli, ambientato appunto nel periodo risorgimentale. Lo vidi in seguito, per la prima volta su una rete televisiva locale tv nel 1986, sia pure oscenamente interrotto da una marea di spot, e devo convenire che si tratta di un capolavoro.

      Durante un’altra lezione ci segnalò che quella sera in tv era in programma il film Il buio oltre la siepe, nel quale Gregory Peck interpretava il ruolo di un avvocato che, nonostante l’ostilità razzista della cittadina degli U.S.A. dove viveva, difendeva un imputato di colore ingiustamente accusato di violenza carnale su una ragazza bianca. Ricordo la frase con cui Sante ci invitò a vedere quel film: “Ragazzi, guardatelo, perché una volta tanto alla televisione non danno un film orribile”.

 

      E’ sulla Storia che conservo le “pillole” più numerose della grande cultura di Sante. Elencarle sarebbe un'inutile operazione erudita. Basti dire che con Sante come giardiniere il terreno già fertile della mia passione storiografica è diventato un parco con aiuole fiorite e alberi di alto fusto.

 

      Sante ci raccontava a volte episodi della sua vita.

      Sugli anni della guerra di Liberazione Sante ci portò un suo ricordo personale, di quando, giovanissimo studente di ginnasio, con alcuni suoi compagni di classe andò a “svaligiare” un camion tedesco che trasportava formaggi destinati alle truppe; lo svuotarono letteralmente, portando via tutte le forme di parmigiano-reggiano che vi erano caricate e che poi in parte si divisero fra di loro e in pare regalarono alle altre famiglie. Sante ci raccontò della reazione allarmata della sua mamma, quando lo vide arrivare a casa con una generosa porzione di una forma e lo sentì raccontare quello che egli e i suoi compagni avevano fatto: “Ti prenderanno!”, - gli disse tutta preoccupata. E il suo non era un patema tanto infondato; tant’è vero che, la mattina dopo, quando Sante e i suoi compagni di classe andarono a scuola, videro il bidello correre loro incontro terrorizzato e dire: “Andate via, andate via! Il preside è stato convocato al comando tedesco”. Poi, per fortuna, al preside e agli alunni sospettati del furto non capitò nulla ma in quei drammatici mesi occorreva davvero poco per essere fucilati e gli efferati eccidi dei nazifascisti lo stanno tragicamente a testimoniare.

 

      Non ci fece mancare alcuni suoi ricordi degli anni dell’Università: dai titoli che avevano gli studenti a seconda dell’anno di corso che frequentavano (matricole, primo anno; fagioli, secondo; colonne, terzo; anziani, quarto) alle punizioni goliardiche che venivano comminate dagli anziani alle matricole ree di qualche “colpa”; fra queste punizioni ci elencò, ricorrendo ai termini latini usati nel mondo studentesco pavese di allora, la vascatio (la matricola veniva buttata nell’acqua gelida della fontana del collegio universitario), la materassatio (la matricola veniva avvolta in due spessi materassi, legata e buttata da una delle finestre del primo piano del collegio universitario), la lustratio (alla matricola veniva scoperto il sedere, che veniva cosparso di lucido da scarpe, dopo di che detta parte periferica del corpo veniva accesa con un fiammifero: appena acceso, sul fondoschiena veniva subito messa una coperta onde spegnere l’incendio; la pelle non subiva quindi ustioni ma per il calore il lucido da scarpe penetrava in profondità nei pori e il malcapitato che subiva questa punizione doveva lavarsi per giorni e giorni per farlo andare via) e la lustratio tota (simile alla lustratio semplice, con la differenza che ad essere interessato non era solo il sedere ma l’intero corpo della matricola, presumo con l’eccezione della testa). Oggi verrebbero definite atti di nonnismo ma negli ambienti universitari a cavallo fra gli anni ’40 e gli anni ’50 erano accettati come facenti parte delle regole del gioco.

      Rimasi impressionato dal grado di miseria e di ignoranza delle masse italiane negli anni ’50, quando Sante ci raccontò di quando, prestando il servizio militare nell’esercito col grado di caporale (che spettava di diritto ai laureati), scriveva per conto dei suoi commilitoni le lettere da spedire alle famiglie. Un episodio in particolare mi colpì: al momento di distribuire le divise e il resto del vestiario ai soldati, i graduati si raccomandavano loro di stare attenti perché maglie e altri capi di vestiario non venissero loro rubati; dopo aver ascoltato questa raccomandazione, vi fu un soldato talmente ingenuo e alla buona che, per evitare di subire questi furti, se ne stette giorni e giorni con tre o quattro maglie addosso senza mai levarsele, fino a quando i suoi superiori non se ne accorsero e gli dissero che bastava nasconderle bene anziché patire caldo e sudore nell’indossare tutti quegli strati di vestiario.

 

      Una simpatica abitudine di Sante era quella di disegnare faccette sui gessetti con la penna stilografica, durante le sue spiegazioni o quando ascoltava le interrogazioni. Ovviamente, era un modo per concentrarsi su quello che stava per dire o su quello che stava ascoltando dagli alunni.

 

      Sulle interrogazioni, Sante aveva un modo molto intelligente di procedere: non gli interessava che gli sciorinassimo sfilze di nomi e di date ma che dimostrassimo di avere capito l’argomento delle materie da lui insegnate. Ragion per cui, ad esempio per le interrogazioni di Storia, lasciava che ci portassimo dei foglietti con nomi e date e ce li lasciava consultare se ne avessimo avuto bisogno: l’importante per lui, lo ripeto, era che noi dimostrassimo di avere capito il significato di un certo evento storico.

      Era un piacere assistere alle interrogazioni di Sante, perché in esse dava una splendida dimostrazione di umanità.

      Non mi riferisco tanto al fatto, da noi studenti comunque molto apprezzato, che dava voti alti: che io mi ricordi, non diede mai ad alcuno un voto inferiore al 7. Come mi spiegò molti anni dopo in una sua lettera, la sua era una scelta deliberata e mirava a far nascere negli alunni fiducia in loro stessi ed entusiasmo per la materia in cui venivano interrogati. Qui, ovviamente, le posizioni “filosofiche” dei docenti sono diverse: c’è chi sostiene che i voti alti inorgogliscono gli studenti e li fanno cadere nella presunzione, e c’è chi invece è del parere che aiutano a far amare le materie che devono studiare. Di sicuro, la gratificazione di un voto alto, se è meritato, o di un voto non eccessivamente basso, se si dimostra di avere delle lacune nella preparazione, danno una mano a far vivere senza patemi agli alunni la verifica di un compito in classe, di un’interrogazione, di un esame.

      La vera grandezza didattica ed umana di Sante nelle interrogazioni era però un’altra: riguardava il modo con cui trattava quegli studenti che sapeva non essere molto attratti dallo studio, i cosiddetti “somari” mirabilmente difesi da Daniel Pennac nel suo bel libro Diario di scuola. Già nell’accogliere il somarello che dal suo banco si avvicinava alla cattedra, Sante faceva di tutto per metterlo a suo agio: non è esagerato affermare che lo accoglieva con gioia, contento che un suo alunno stava andando da lui per farsi interrogare. E nel corso dell’interrogazione cercava di far arrivare lo studente al nocciolo delle cose, minimizzando con lo sguardo, il tono della voce e qualche suggerimento gli eventuali suoi momenti di difficoltà.

     La stessa sua propensione a dare voti alti (non diede mai a nessuno meno di "7") nasceva, come mi confidò parecchi anni dopo in una sua lettera, non da buonismo ma dalla precisa intenzione di non demoralizzare i meno dotati nello studio, cercando di far loro provare interesse e passione anche tramite la gratificazione di un voto alto.

 

      Interessare gli studenti, appassionarli alle materie insegnate, fornendo loro con l'amore per lo studio una motivazione di vita che a volte non avevano nelle loro famiglie. Questo è il compito, anzi, la missione dei veri insegnanti.

      Ogni tanto le lezioni di Sante venivano interrotte da visite di suoi ex allievi, ragazzi di 4-5 anni più anziani di noi. Liceali in procinto di conseguire la Maturità, venivano a trovarlo per fare quattro chiacchiere con lui e informarlo dell'avanzamento del loro cursus studiorum. Era bello vedere che quei ragazzi non si erano dimenticati di lui; era bello constatare come con quelle loro visite dimostrassero di continuare a volergli bene.

      Dopo ogni visita, vedevamo Sante visibilmente contento. Pur nel rispetto di quella che di lì a qualche anno sarebbe stata chiamata privacy, egli ci diceva qualcosa dell'ex alunno o dell'ex alunna che era appena stato/a a trovarlo.

     Mi colpì il breve racconto che Sante ci fece di uno dei suoi ex alunni che era passato a salutarlo, un ragazzo che all'inizio delle Medie Inferiori aveva creato qualche problema in classe. "Aveva, - ci disse Sante di lui, - degli scatti di ribellione che sfociavano spesso in atteggiamenti clownistici. Poi, noi professori riuscimmo a farlo interessare alle materie studiate e in poco tempo divenne uno studente brillantissimo. Ancora oggi, che sta finendo il Liceo, prende voti altissimi".

 

      Io non ho avuto la fortuna di avere Sante come insegnante di Italiano e di Latino ma dalle confidenze di alunni che avevano Sante come “italianista” e “latinista” venni all’epoca a scoprire che la stessa concretezza e la stessa puntigliosità le metteva anche nel valutare gli studenti in queste due materie: giudicava i temi in base ai contenuti e non in base al numero delle pagine scritte (poteva dare un voto alto a un tema di sole due pagine ma che in quelle due pagine contenesse quello doveva contenere, e dare un voto meno alto a un tema di quattro e più pagine, delle quali però solo due fossero piene di cose da dire mentre le altre contenessero cose inutili o ripetitive o non attinenti all'argomento e inserite solo per “fare volume”, per “fare pagine”); mi dissero che col Latino era decisamente pignolo, che nei compiti in classe e nelle interrogazioni non sorvolava nemmeno sulle “inezie”, sugli errori più veniali.

 

      Quando si trattava di rimproverare qualcuno, Sante di solito ricorreva all’ironia anziché fare la voce grossa o trattare male un suo studente. Ironia che nei casi gravi sfociava nel sarcasmo.

      Con noi non è mai successo che usasse il sarcasmo per “mazzolare” qualcuno che non si fosse comportato bene; ma una volta ci disse che egli non metteva quasi mai note sul registro o sul diario degli studenti ma che, quando ciò accadeva, “metto sul diario dell’alunno delle note talmente graffianti che il giorno dopo a scuola si presentano da me i suoi genitori; ne nasce un match fra me e loro, che si conclude con un risultato pari per quello che ci riguarda ma disastroso per l’alunno”.

 

      Sante aveva anche l'abitudine di affibbiare simpatici soprannomi a noi studenti. Così, improvvisando, a volte gli capitava di chiamarci in modo simpaticamente scherzoso.

      Una volta, citando un'opinione che avevo espresso poco prima, nel riferirsi a me disse, giocando sul mio cognome: "Come ha sostenuto il vostro compagno di classe Colombardo martire della Vergine Maria".

      Un'altra volta, si rivolse a Mario e gli disse, a bruciapelo: "Come stai, vecchia caffettiera?".

      Gravido di conseguenze fu invece il soprannome che mise a Giuseppe. Durante una lezione, costui stava chiacchierando invece di ascoltare e Sante lo redarguì dicendogli: "Sta' zitto, Giuseppe! Non è questa l'ora dei vampiri". Il viso scarno e un po' emaciato di Giuseppe giustificava questo nomignolo. Che il prof. Demicheli ripeté qualche giorno dopo quando, facendo l'appello e constatando la sua assenza, ci disse: "Ah, così oggi manca Giuseppe. Il vampiro Giuseppe!". E fu da allora che, quando ci riferivamo a Giuseppe, lo chiamavamo semplicemente "il Vampiro".

 

     Un grande insegnamento che Sante ci ha lasciato fu il rispetto per la donna. Non tollerava che si parlasse male delle donne e che si mancasse male di rispetto.

      Nell'aula, a volte, scoppiavano piccole zuffe fra compagni, indipendentemente dal loro sesso. Guai a quel maschio che, in presenza di Sante, avesse osato alzare le mani su una compagna di classe! Mentre invece consentiva alle ragazze di menare.

      Piccola nota divertente: nella mia classe non è mai accaduto che qualche studentessa approfittasse dell'"immunità" garantita da Sante ma in un'altra una ragazzina ne approfittava alla grande tirando calci e pugni ai suoi compagni di classe. Tanto, in presenza del prof. Demicheli non potevano restituire pan per focaccia.

 

      Dopo la fine delle Medie Inferiori, ho intrattenuto con Sante una corrispondenza ormai ultradecennale, dapprima sporadica (durante gli anni delle Mede Superiori) e poi più continuativa (a partire dal periodo dei miei studi universitari).

 

     Ho conservato e conserverò con affetto le sue lettere, scritte con la sua inconfondibile ed elegantissima calligrafia alla moda antica; non credo che siano molti i giovani di oggi ad avere assimilato una calligrafia così bella, che anche senza andare a scomodare veri o presunti esperti di grafologia denota senza alcun dubbio una profonda cultura e un’acutissima intelligenza. Sono lettere che mi hanno accompagnato negli anni e che mi hanno insegnato molto, a pormi degli spunti di riflessione, a farmi crescere: a dimostrazione che non è necessario parlare seduti dietro una cattedra per insegnare; si può benissimo insegnare conversando, scrivendo; si può persino insegnare fornendo agli altri un esempio di vita integerrima e coerente, come ha fatto Sante in tutti questi anni.

      Dopo essere andato in pensione, Sante accudì la sua vecchia mamma dedicandole ogni minuto del suo tempo, fino al triste giorno in cui è venuta a mancare. Pochissimi figli, al giorno d’oggi, si dimostrano così grati e premurosi verso i loro genitori come lo è stato Sante.

      Negli ultimo suoi anni Sante ha vissuto una vecchiaia solitaria, dimenticato da quasi tutti i suoi ex alunni. Mi ha confidò questo con grande dignità, ricorrendo al suo solito stile sobrio che nulla concede all’autolamentazione: lo stile degli uomini veri, che non si lasciano mai andare a lagne patetiche. Ciononostante, dalle sue lettere percepivo chiaramente che la cosa non gli faceva piacere.

      E questo mi provocava una profonda amarezza, per l’ennesima dimostrazione di come le persone siano molto spesso crudelmente ingrate verso chi ha avuto grande parte nel renderle migliori. Fra i suoi ex allievi ci sono uomini e donne decisamente dotati intellettualmente, alcuni dei quali hanno fatto strada nella vita: se hanno avuto soddisfazioni professionali importanti, lo devono anche a Sante, per tutto quello che egli ha loro insegnato. Mi amareggiava sapere che non si facevano più vivi con lui, nemmeno con qualche telefonata o con qualche lettera, per ribadire un affetto e una gratitudine che almeno in me e in pochi altri sono rimasti immutati e rimarranno immutabili.

 

      Sante ci ha lasciato l'11 ottobre 2014. L'ho scoperto dopo le Feste di Fine Anno perché, lui così solerte nel rispondere alle mie lettere (e ricordo ora con commozione che le iniziava sempre rivolgendomi un "Carissimo Conty, grazie!", il riferimento alla mia precedente missiva), non aveva risposto alla mia letterina di auguri natalizi. Temendo il peggio, sono andato sul sito internet dei cimiteri della mia città e tramite la ricerca dei nominativi dei defunti ho purtroppo trovato il suo nome. La persona o le persone che si sono occupate di lui, che da tempo non stava bene, non si sono prese la briga di comunicare agli ex allievi con cui era rimasto in contatto né il peggioramento della sua salute né la sua morte.

 

      All’inizio di questo scritto ho definito Sante un “amico”. Devo fare una piccola correzione: egli per me è stato un Amico, con la “a” maiuscola. E stato un Maestro, con la "m" maiuscola, un grande Mastro. Ora è un vuoto incolmabile: un vuoto da riempire con i ricordi; un vuoto da onorare con l'imperativo categorico di continuare a seguirne le orme in quel tempio laico della Cultura di cui egli è stato devotissimo sacerdote.

     Io lo ricorderò nello stesso modo con cui concludevo le lettere che gli spedivo: con immutato ed immutabile affetto discente.

 

      Voglio immaginare, con l'inevitabile rischio dell'illusione metaforica che ciò consegue, che nel momento del trapasso alcuni filosofi, i filosofi (i "classici" come li chiamava lui) che tanto amava, si siano presentati davanti a Sante per condurlo oltre le porte dell'Eternità.

      Voglio immaginare che Platone ed Aristotele, Kant e Hegel, siano venuti a prenderlo e l'abbiano fatto salire con loro su una carrozza diretta al Paradiso dei Filosofi.

      Il Cielo della Conoscenza è ora più ricco. Noi, suoi ex allievi che non l'abbiamo dimenticato e non lo dimenticheremo mai, siamo più poveri, molto più poveri.


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